di Massimiliano Di Giuseppe
Il Bhutan è uno di quei luoghi che desideravo vedere da tempo, un piccolo regno ai piedi dell’Himalaya molto attento all’ecologia e alla sostenibilità ambientale, che si concentra sulla Felicità Interna Lorda piuttosto che sulla crescita economica complessiva. Un paese che crede nell’equità sociale e nel benessere dei suoi cittadini, desideroso di preservare la sua bellezza naturale e il suo patrimonio culturale. Un luogo idilliaco viene da pensare. Finalmente quest’anno il viaggio in Bhutan diventa realtà, sono veramente curioso di vedere di persona questo paese e di osservare un cielo stellato che si preannuncia buio e limpido.
Il 19 Settembre mi ritrovo con quasi tutti i partecipanti del gruppo Esploriamoluniverso/Gattinoni all’aeroporto di Bologna: le prime ad arrivare sono le storiche Rosanna Montecchi con la figlia Liana Minelli a cui affido il telescopio Dobson per non sforare nel peso del bagaglio, poi ecco Giulia Baroni, vista l’ultima volta negli USA nel 2023, il buon Alessandro Bartoli ormai immancabile in questi astroviaggi e le nuove conoscenze Michele Rambelli, Alessandra Piancastrelli, Andrea Rossetti e Susanna Cesari.
E’ l’alba, uno spicchio di Luna e Venere splendono dal finestrino dell’aereo diretto a Parigi ( la prima tappa di questo lungo viaggio), in un cielo limpidissimo. Speriamo di trovare bel tempo anche in Bhutan, dove le previsioni meteo purtroppo non sono il massimo… Diego, Elisabetta e Liana sono molto preoccupati di trovare pioggia quasi tutti i giorni…La speranza è che le previsioni nei territori di montagna e in luoghi così remoti non siano poi tanto accurate.
La Tour Eiffel e l’Arco di Trionfo salutano il nostro atterraggio a Parigi in cui raccogliamo Diego Bonata ed Elisabetta Stepanoff, gli ultimi partecipanti al viaggio nonchè vecchie conoscenze di questi diari e da qui siamo in partenza per Delhi in India, in cui arriveremo in tarda serata dopo un volo di circa 7 ore. Qui dopo aver superato i controlli mostrando il visto, un rappresentante del tour operator locale Earthen Experience, ci porta in bus al nostro hotel Roseate House per un meritato riposo. Siamo tutti piuttosto stanchi.
20 Settembre
Dopo colazione, la stessa guida ci riporta in aeroporto. Al gate per Paro in Bhutan, una piccola emergenza medica, Andrea da ieri ha problemi di sangue al naso, per precauzione gli addetti dell’aeroporto richiedono l’intervento di un medico che prontamente visita il nostro compagno di viaggio. Nei prossimi giorni saliremo di quota, superando i 3000 m, meglio non correre rischi… Per fortuna Andrea ha il via libera, il problema sembra di poco conto, saliamo così sul volo della Druk Air per Paro in cui ci aspetta l’atterraggio nell’aeroporto più pericoloso del mondo….
Già, proprio così, lo scalo si trova a 2.400 metri di altitudine ed è incastonato tra le imponenti montagne dell’Himalaya, con picchi che raggiungono anche i 5.400 metri. Per questo motivo le correnti che si incanalano lungo la valle in cui sorge, sono consistenti e continue e capaci di causare durante le fasi di avvicinamento e di atterraggio forti e pericolose turbolenze.
Atterrare qui non è semplice, l’aeroporto pare rappresenti una sfida estrema anche per i piloti più esperti. Non è un caso che soltanto un numero limitato di loro sia autorizzato ad atterrare su questa pista, che misura poco meno di 2 km. E’ necessaria tra l’altro un’ottima visibilità. Con queste premesse e con la dovuta suspense ci avviciniamo alle vette dell’Himalaya, che tuttavia non vediamo poiché immerse nelle nuvole. Ce la farà il pilota?
L’aereo inizia a scendere, mentre dagli altoparlanti si diffonde una musichetta orientale rilassante, dietro di me un monaco in abito arancione inizia a pregare, il resto dell’equipaggio guarda teso fuori dai finestrini. La discesa nel regno del drago continua tra uno scossone e l’altro e ci insinuiamo con una decisa virata tra le alte cime delle montagne, sfiorando in volo radente la punta degli alberi e i tetti delle case. Un ultimo sussulto poi finalmente tocchiamo la pista. Un applauso liberatorio saluta lo scampato pericolo, siamo atterrati !


Scendendo dall’aereo entriamo subito in una dimensione rilassante: l’aria è fresca, pioviggina, l’aeroporto ha un’architettura a pagoda, con tante decorazioni secondo lo stile tradizionale bhutanese con elementi in legno dipinti. Perfino il nastro delle valigie è unico, con la ricostruzione di uno Dzong in mezzo! Sembra che qui tutti siano più gentili e tranquilli, gli addetti controllano con un sorriso il nostro bellissimo visto bhutanese e ci fanno entrare ufficialmente nel regno.
Il Benvenuto in Bhutan non poteva essere dei migliori, Diego si guarda intorno e dice: “Mi da già un senso di pace!”La nostra guida Tashi è lì ad attenderci, in abito tradizionale “gho”, ci saluta con un inchino e ci offre una sciarpa Bianca in segno di buon auspicio chiamata “Tashi khaddar”e un rosario buddista con semi di Rudrashka. Una foto di gruppo alla partenza e saliamo sul nostro pulmino guidato dall’autista Karma, la nostra destinazione è la capitale Thimpu, che si trova ad una cinquantina di km da Paro.
La strada attraversa la valle di Paro e ci fermiamo per una breve sosta a Chuzom, alla confluenza dei fiumi Paro e Thimpu, con un tempietto alla fine di un ponte ed un grande ritratto del re con la regina sulla parete della montagna. Tashi distribuisce al gruppo bottigliette d’acqua che non mancheranno mai nel corso del viaggio e inizia a parlarci un po’ del suo paese e della capitale, una città a 2300m di quota con una insolita miscela di sviluppo moderno accanto a tradizioni antiche ed una popolazione di circa 90.000 abitanti. E’ forse ancora la sola capitale al mondo senza semafori! Tashi parla solo inglese e cercherò nel corso del tour di tradurre al resto del gruppo.
Arriviamo al nostro City Hotel, bello e confortevole e salutiamo Tashi che rivedremo l’indomani. Ci rilassiamo un po’ prima della cena a base di noodles, cavolfiori e verdure saltate e ci ritiriamo nelle nostre camere.
21 Settembre
Guardo fuori dalla finestra della camera, per fortuna c’è il sole ed un bel cielo azzurro, meno male… Raggiungo gli altri per la colazione, nello stesso locale di ieri sera e mi soffermo per qualche foto nell’attiguo terrazzo da cui pendono piante ornamentali. Il sole illumina i tetti verdi a pagoda delle case di Thimpu, più sotto un traffico veramente modesto per una capitale asiatica ci fa pregustare una giornata tranquilla.
Arriva Tashi e ci trasferiamo in pulmino verso la parte nord della città per visitare il Buddha Dordenma, situato sulla cima di una collina che domina la città all’interno del parco naturale di Kuensel Phodrang, creato nel 2011 per preservare la biodiversità della zona. Un luogo di profonda riverenza che attira pellegrini e turisti.
L’idea per questa statua in bronzo dorato alta 51,5m, una delle più grandi del Bhutan, è sorta nei primi anni 2000 per celebrare il centenario della monarchia del Bhutan e realizzare un’antica profezia risalente all’VIII secolo d.C. La costruzione è iniziata nel 2006 e dopo quasi un decennio di lavoro meticoloso, gli operai hanno completato la statua nel 2015.


Entriamo dal grande cancello dorato e passando di fianco ad un chorten bianco, ci imbattiamo subito nell’imponenza della statua, che poggia su un piedistallo al cui interno è stato ricavato un tempio. Qui sono conservate 125.000 statuette di Buddha e bellissimi dipinti. Ci togliamo le scarpe ed entriamo all’interno e Tashi, dopo essersi inchinato, ci spiega il significato delle figure più grandi: lo Zhabdrung, o Ngawang Nagmdyal, il fondatore dello stato bhutanese, il Buddha della compassione, Tara, la dea della saggezza e Guru Rinpoche o Padmasanbhava ( colui che è nato dal loto ), il più grande diffusore del buddismo in Tibet.
Figure e statue che troveremo anche in altri templi che visiteremo in questo tour. Usciamo nel grande piazzale ammirando il Buddha Dordenma che emana un bagliore radioso nel cielo blu limpidissimo. E’ raffigurato in posizione seduta, a simboleggiare saggezza, tranquillità e meditazione mentre dispensa dall’alto benedizione e protezione a tutta la valle di Thimpu.



L’ambiente sereno e la vegetazione del parco creano un luogo ideale per la meditazione, la contemplazione e una profonda connessione con la natura. C’è un grande silenzio rotto solo dal gracchiare di qualche corvo, il cielo limpido fa risaltare una fila di statue dorate sul grande piazzale dove alcuni monaci passeggiano. Ma è ora di tornare, scendiamo una lunga scalinata fino ad un portale rosso, oltre il quale ci sta aspettando Karma col pulmino.





Ci spostiamo ora al National Memorial Chorten, una grande struttura bianca coronata da una guglia dorata. E’ uno dei monumenti più iconici di Thimpu e per molti bhutanesi è il fulcro del culto quotidiano. Si tratta, ci dice Tashi, di uno stupa in stile tibetano costruito nel 1974 in memoria del terzo re del Bhutan, Jigme Dorji Wangchuck, ma qui si rende omaggio anche all’attuale re, il cosiddetto Druk Gyalpo.
Il cortile interno è pieno di gente in processione che ruota in senso orario attorno al Chorten, un’umanità variegata: molti anziani in abiti tradizionali che tengono in una mano il rosario e nell’altra un ombrello per proteggersi dal sole, ma ce ne sono anche con lo smartphone in uno strano connubio antico-moderno…I più devoti si inginocchiano e si prostrano a terra durante le preghiere. C’è gente che arriva qui da tutto il Bhutan, dice Tashi.



Prima di entrare nel tempio passiamo di fianco ad enormi ruote di preghiera, che anche noi facciamo girare come buon auspicio, poi ci fermiamo accanto ad un tabernacolo con le candele accese. Il tempio è realizzato su 2 piani in cui si può salire incontrando una grande statua del Buddha a 3 facce con tutte le sue manifestazioni ( passato, presente e futuro) e 4 santuari, ognuno dei quali ospita un’immagine diversa del monarca.
Ci attende ora la visita al convento di Drubthob Goemba /Zilukha, arroccato su un promontorio, in cui si trovano alcune monache che hanno dedicato la loro vita alla spiritualità e al buddismo, è anche noto come Thangtong Nunnery.
Un luogo molto suggestivo, fondato nel 1976, il convento ospita circa 70 monache, che troviamo intente a preparare il pranzo. Alcune stanno cuocendo il riso in una grande pentola, altre trasportano la frutta in una bacinella. Ci salutano sorridendo. Queste suore vengono istruite fin da piccole al buddismo e dedicano la loro vita alla preghiera e al servizio della comunità. Un gatto dorme sul pavimento di fronte al tempio, a poca distanza da un simbolo buddista tibetano, ovvero una colonna con in cima il Dharma chakra o Dharma Wheel, una ruota affiancata da 2 cervi. L’interno in legno è riccamente decorato, con tappeti sul pavimento, altari con statue e thangka alle pareti.
Uscendo, ci fermiamo in un punto panoramico con vista sul Buddha Dordenma e sul Tashichoedzong che vedremo più tardi.
Prima ci attende il Folk Heritage Museum, il museo delle tradizioni popolari, che risulta purtroppo chiuso… Riusciamo giusto ad ammirare in una stanza/laboratorio diverse maschere tradizionali appese al muro e svariati falli in legno di diverse fogge e colori. Tradizionalmente, ci viene spiegato, in Bhutan i simboli di un pene eretto sono utilizzati per scacciare malocchio e maldicenze…
Ma eccoci aI Tashichoedzong, la fortezza della religione gloriosa, che rappresenta il centro del governo e della religione, la sede della sala del trono del monarca e la sede del Je Khenpo o Abate Capo . Costruito nel 1641 dall’unificatore politico e religioso del Bhutan, Zhabdrung Ngawang Namgyal, è stato ricostruito negli anni ’60 secondo lo stile tradizionale bhutanese, senza chiodi né progetti architettonici. Mentre ci avviciniamo all’entrata passiamo di fianco ad un roseto e ad un grande pennone con la bandiera bhutanese.
Tashi ci descrive nel dettaglio la bandiera:” la bandiera del Bhutan è divisa diagonalmente in due, con un drago bianco al centro. Il giallo simboleggia la monarchia, l’arancione la tradizione buddista, mentre il drago bianco (Druk) rappresenta la purezza e la protezione, i gioielli tra gli artigli simboleggiano infine la ricchezza e la prosperità del Bhutan”.
Come mai un Drago? Qualcuno chiede. “Il drago è una figura mitologica associata al tuono, che spesso accompagna i forti temporali in queste zone sulle montagne. Gli antichi immaginavano il tuono come il ruggito di un drago che viveva tra le vette del paese”. Ci guardiamo attorno, si sta in effetti annuvolando…
Un passaggio al metal detector all’ingresso del palazzo ed entriamo. E’ piuttosto imponente, davanti a noi si apre un grande cortile con edifici dipinti di bianco con torri a tre piani sormontate da tetti dorati. C’è anche una grande torre centrale o “Utse”. Una torre più piccola in cui entriamo, ospita poi una statua di Gautama Buddha e divinità protettrici che spuntano nella penombra di una sala con colonne in legno.




Mentre usciamo siamo sorpresi dalla pioggia e siamo costretti a cercare riparo sotto un albero in attesa dell’arrivo del pulmino che ci porta a pranzo all’Edelweiss Restaurant, dotato di un ricco self service a base di verdure, carne e noodles.
In questa lunga e ricca giornata ci attende ancora la visita del Simtokha Dzong, anche conosciuto come Sangak Zabdhon Phodrang, che significa “Palazzo del profondo significato dei mantra segreti”.
E’ un piccolo Dzong, costruito nel 1629 ancora una volta da Zhabdrung Ngawang Namgyal ed è il primo del suo genere sviluppato nel paese ed anche il più vecchio Dzong che sia sopravvissuto nella sua forma originale. Per fortuna sta smettendo di piovere quando entriamo nel cortile interno, dove ci sono però molte pozzanghere in cui passeggiano tranquillamente a piedi nudi monaci e pellegrini.
Con un po’ di difficoltà, lungo una ripida scalinata che precede l’ingresso al tempio, espletiamo il consueto rito di toglierci le scarpe, spronati da un solerte guardiano che le butta in un angolo senza troppi complimenti e controlla con occhio vigile che non vengano fatte foto all’interno.
Tashi ci racconta la storia di questa fortezza, arroccata strategicamente in cima a una collina che domina la valle di Thimphu, a protezione del regno contro potenziali minacce. La combinazione come per gli altri Dzong di un centro monastico con uno amministrativo ha favorito una coesistenza equilibrata tra pratiche spirituali e governo, plasmando in modo significativo la società bhutanese. Un mix armonioso di difesa e spiritualità.


All’interno del tempio elaborate incisioni raffigurano creature mitiche, motivi floreali e motivi geometrici, ma ciò che più impressiona sono i colori vivaci dei murales e degli affreschi che decorano le pareti. Queste opere d’arte raffigurano divinità buddiste, scene di testi religiosi ed eventi storici. C’è anche una ricca collezione di reperti antichi, tra cui armi, oggetti religiosi, documenti storici e strumenti musicali. Tra questi la tromba tradizionale Dafa, ovvero un lungo corno in rame. Rosanna mi si avvicina: “Voglio comprarne una e anche la bandiera del Bhutan! Ne ho una per ogni nazione che ho visitato!”Cercheremo sicuramente di accontentarti, le rispondo.
All’uscita ci fermiamo un po’ nel giardino pieno di rose dove c’è pure una gigantesca ruota della preghiera, che Betta, Diego e Liana fanno girare dopo aver elargito una buona mancia al vecchietto che la sorveglia.
“Massimiliano, dove possiamo cambiare gli euro in moneta locale e comprare la schedina telefonica?” mi chiedono alcuni del gruppo. Chiedo a mia volta a Tashi che ci porta lungo la strada principale di Thimpu, lì potremo trovare cambi con gli Ngultrum ( la moneta locale) e schedine a volontà. Ne approfittiamo anche per visitare il Centenary Farmers Market, il più grande e vivace mercato colorato del Bhutan, dove gli agricoltori provenienti da diverse parti del paese si riuniscono per vendere i loro prodotti agricoli.
Ci sono infatti verdure, spezie e riso, ma anche pancette fatte essiccare curiosamente dentro vetrine con ventilatori. Arriviamo alla Clock Tower, la piazza con la torre dell’orologio, a poca distanza da un vigile, che dirige il traffico da una rotonda in maniera molto pittoresca ma efficace, eh sì, qui non c’è proprio bisogno di semafori!
Conclude la giornata l’acquisto di souvenir e oggetti di artigianato locale prima della cena e del pernottamento in hotel.
22 Settembre
Dopo colazione, abbandoniamo l’hotel, dirigendoci a piedi al Bhutan Post Office, un vero e proprio museo dei francobolli. Il Bhutan è famoso per i suoi francobolli e il museo postale mostra i progressi dei servizi postali e in una certa misura, anche del sistema di comunicazione in Bhutan, oltre ai francobolli rari e unici emessi nel corso degli anni. Da appassionato filatelico, mi soffermo volentieri ad esaminarli, i più belli naturalmente sono quelli legati all’astronautica e all’astronomia.

A quel punto, previo consulto con tutto il gruppo, chiediamo a Tashi di saltare la prevista visita al museo tessile e dell’artigianato per recarci direttamente al passo Dochu-La, la mattina è serena ma potrebbe annuvolarsi nel pomeriggio, meglio approfittarne per sperare nella vista dell’Himalaya dal passo. Tashi annuisce, si parte!
Il Passo di Dochu-La è situato ad una altezza di 3088 m, che raggiungiamo percorrendo la strada che segue il pittoresco fiume Dang Chhu e che collega Thimpu con Punhaka. Purtroppo, ad accoglierci al passo ci sono nubi e nebbia da cui emergono solo le bandiere di preghiera colorate e i 108 stupa, noti come Druk Wangyal Chortens. Nessuna vista sull’Himalaya…Liana, Betta e Giulia sono molto rammaricate. Speriamo di riuscire nell’impresa alla fine del tour quando passeremo di nuovo di qui. Per il momento dobbiamo accontentarci del grande cartello con la raffigurazione delle vette himalayane, tra le quali spicca il Gangkhar Puensum con i suoi 7.570 metri, il più alto del Bhutan e tra le poche vette inviolate al mondo. Nel 1996 il Bhutan infatti ha impedito di salire oltre i 6.000 metri per le credenze sugli spiriti che proteggono le montagne e per salvaguardare l’ambiente.



Abbiamo un po’ di tempo libero e gironzoliamo attorno, con Diego raggiungiamo il vicino monastero di Druk Wangyal Lhakhang voluto dalla Regina Madre nel 2005 come memoriale per ricordare i soldati bhutanesi morti in una operazione militare (la prima e l’unica nella storia del regno) per sopprimere una rivolta di ribelli indiani nella parte meridionale del Bhutan.
Si trova su una collina da cui speriamo di vedere qualche cima tra le nubi, ma lo sguardo arriva solo alla foresta e al monumento dei 108 stupa più in basso, che visitiamo subito dopo. Anche questo monumento è stato voluto dalla regina Ashi Dorji Wangmo Wangchuk ed è realizzato su 3 livelli in cerchi concentrici che simboleggiano pace e vittoria: il livello inferiore comprende 45 chorten, quello centrale 36 e quello superiore 27. Ogni stupa è decorato con motivi tradizionali e contiene una statua di Buddha.




Tashi raduna il gruppo e ci guida per un breve trekking nella foresta, partendo proprio dal passo, una bella occasione per immergersi nella natura incontaminata del luogo. All’inizio del sentiero notiamo subito un’upupa, un uccello dalla dalla caratteristica cresta, appoggiata sull’erba, poi scendiamo in fila indiana nella fitta foresta di bambù querce e rododendri, con un rigoglioso sottobosco e piccoli ruscelli che di tanto in tanto dobbiamo superare.




Tashi ci fa notare le diverse piante, i canti degli uccelli e perfino i funghi, ce ne sono di gialli attaccati ai tronchi che sono mangerecci ed anche un raro “manina”, che ricorda appunto una mano con diverse dita. Rosanna, che fino ad allora ha camminato con passo sicuro e svelto, ben equipaggiata con tanto di racchette, viene tratta in inganno dal sentiero scivoloso e cade improvvisamente di lato nel baratro con alcune capriole…
Qualche istante di terrore da parte di tutto il gruppo poi Tashi si precipita in basso a soccorrere la nostra compagna di viaggio. Notiamo che si sta rialzando da sola, il terreno erboso e lo zaino sulla schiena hanno attutito la caduta, non si è fatta nulla! Tiriamo un sospiro di sollievo. La stoica Rosanna è pronta a continuare, ma con Tashi, Karma e Diego ci alterniamo comunque a sorreggerla per il resto del trekking, non si sa mai…





Fortunatamente arriviamo al punto panoramico con bandiere di preghiera e al pulmino di Karma senza altri problemi, è il momento di recarci a pranzo al Chimmi Hotel e davanti a un piatto di riso, pollo e zucca fritta, commentiamo lo scampato pericolo.


Proseguendo il nostro viaggio ci dirigiamo verso Gangtey salendo una strada attraverso fitte foreste e bei panorami montani fino ad arrivare al Lawala Pass a 3.100 metri. Qui si trova uno stupa con tante bandiere di preghiera e alcuni banchetti che vendono manufatti in lana di yak. Ogni tanto il pulmino deve rallentare per scansare greggi di capre o qualche mucca che se ne sta sdraiata in mezzo alla strada.
Appena oltre il monastero di Gangtey che vediamo da lontano, cominciamo a scendere verso la valle di Phobjikha e siamo accolti all’imbrunire da un paesaggio di incomparabile bellezza. La vasta distesa della valle, priva di alberi, contrapposta allo sfondo delle colline circostanti ( le “montagne nere”), offre uno spettacolo raro e maestoso. Arriviamo al villaggio di Phobjikha e all’omonimo hotel in legno in stile tradizionale, accolti da un tè di benvenuto offerto da belle ragazze della reception che ci indicano poi le nostre stanze, calde e confortevoli.




Sistemiamo i bagagli e ci ritroviamo per la cena, poi con Diego e Liana proviamo ad uscire per tentare qualche osservazione astronomica, il cielo purtroppo è nuvoloso e solo qualche stella ogni tanto occhieggia in piccoli squarci di sereno. Rimaniamo un po’ col naso all’insù in compagnia di alcune mucche, meravigliandoci della temperatura gradevole della sera pur trovandoci a 3000m. Niente da fare, si annuvola completamente, ci riproveremo l’indomani.
23 Settembre
Il mattino ci accoglie ancora una volta col cielo limpido, alcuni del gruppo, ancora prima dell’apertura della sala colazioni sono già fuori a fare foto allo stupendo paesaggio. La valle di Phobjikha mi ricorda la Mongolia e i suoi sconfinati panorami selvaggi, ci sono pure mandrie di cavalli che corrono in lontananza. Un luogo veramente fuori dal mondo.





Ecco la colazione, preparata sempre dalle gentili ragazze ed ecco Tashi, siamo pronti e carichi per le visite di oggi, a cominciare dal monastero di Gangtey, il Gangtey Goenpa.
E ‘arroccato sulla cima di una piccola collina nel cuore della valle , alla fine del villaggio di Semchubara, abitato principalmente dalle famiglie dei 140 Gomchen, che si prendono cura del monastero.
Varcata l’entrata principale, finemente lavorata, con la tettoia circondata da un tessuto giallo che ondeggia al vento, ci appare sicuramente il monastero più maestoso e spettacolare di quelli visti finora: nell’ampio cortile spicca il tempio principale, lo Tshokhang, una possente torre in muratura e legno, al cui centro è stata posta una grande Thangka dipinta e ricoperta da un tetto a pagoda dorato. Attorno alla torre principale si trovano poi altri 5 santuari, la scuola e le abitazioni dei monaci. Un luogo affascinante che merita una foto di gruppo.




Tashi ci racconta che il monastero occupa un posto significativo nella storia religiosa del Bhutan. Fondato da Pema Trinley, nipote del famoso santo Nyingmapa Pema Lingpa, il monastero risale al 1613, quando Pema Trinley ne divenne il primo Gangtey Tulku. Il monastero continua a sostenere le tradizioni religiose di Pema Lingpa, attirando devoti e visitatori.
Inoltre, questo grande monastero incarna Guru Rinpoche, che ebbe un ruolo significativo nella formulazione della forma di Buddhismo “Vajrayana” e nella trasformazione del Bhutan in Buddismo. Il Bhutan è infatti l’unico Paese al mondo che ha mantenuto come religione ufficiale il Buddismo Mahayana, nella sua forma Tantrica Vajrayana, una forma religiosa simile al buddismo tibetano, anche se ha un suo insieme di credenze e pratiche uniche.
Circondiamo il tempio in senso orario e troviamo l’entrata di fianco ad un porticato in legno in cui un braciere di pietra a forma di uovo diffonde incenso tutto attorno. Togliamo naturalmente le scarpe, scavalchiamo la soglia che come negli altri templi tiene lontani gli spiriti malvagi ed entriamo: davanti a noi si apre una sala molto ricca, con affreschi alle pareti e grandi pilastri di legno, ci sono poi statuine fatte di burro colorato e statue di Guru Rinpoche rivestite con abiti rituali.
Anche questo monastero è stato distrutto e successivamente restaurato tra il 2002 e il 2008, in seguito ad un terremoto. Si sono preservati i dettagli originali del tempio ed aggiunti oltre 100 nuovi pilastri.
Scendiamo a questo punto lungo la strada che attraversa il villaggio, incrociando diversi monaci e pellegrini che tengono in mano e fanno ruotare, sempre in senso orario, il Chokhor, uno strumento di preghiera che diffonde il mantra “Om Mani Padme Hum”.



Ci attende un nuovo trekking, più semplice del precedente, il sentiero naturalistico di Gangtey, ma per precauzione lasciamo Rosanna in compagnia di Karma sul pulmino, ci attenderanno alla fine del sentiero. Ma proprio all’inizio del percorso, sentiamo qualche grido, un gruppo di giovani sta giocando a Khuru, lo sport più amato in Bhutan, in cui i giocatori divisi in 2 squadre, devono centrare con grosse e pesanti freccette un bersaglio in lontananza.

Il sentiero ci conduce in discesa attraverso prati fioriti, prima di snodarsi attraverso incantevoli foreste fino a raggiungere l’ampia valle sottostante. Con Diego, Andrea e Michele si commenta il tipo di paesaggio: sembra di essere sulle Alpi! L’unica differenza è che da noi gli abeti e questa vegetazione sono tipiche dei 1000/1500m mentre qui siamo a 3000. Lungo il percorso di 5,5 km, che ci fa incontrare cavalli e bovini liberi, passiamo davanti ad uno stupa, a campi coltivati e a piccole fattorie, fino al belvedere che ci immerge nella serena bellezza della valle.
Superiamo un chorten solitario con bandiere di preghiera, presidiato da un anziano e scendiamo al centro della vallata, una valle di origine glaciale con due fiumi che la percorrono, il Nakay Chhu ( Chhu Naap-acqua nera ) e il Gay Chhu ( Chhu Karp-acqua bianca ) e piccoli laghetti che rendono fangoso e scivoloso il cammino.






Questo è anche l’habitat ideale per le Gru dal collo nero, rari uccelli in via di estinzione che migrano proprio qui durante l’inverno dalle pianure settentrionali per godere di un clima più mite.
E’ il momento del pranzo, ricuperiamo Rosanna e ci rechiamo al Namgyel Tshongkhang Restaurant, un ottimo ristorante in cui assaggeremo i migliori ravioli di tutto il tour, poi ci spostiamo al Black Neck Crane Information Center, situato in posizione strategica ai margini della foresta e della zona umida lungo la strada principale della valle.






Piove. Il centro è dotato di cannocchiali come punto di vista ideale per ammirare le maestose gru nel loro habitat naturale durante il periodo delle migrazioni, mentre all’interno un’esposizione informativa offre approfondimenti sul ricco patrimonio naturale e culturale della zona.
Dovremmo vedere anche un video in un’apposita sala ma manca la corrente e un addetto del centro ci fornisce allora un po’ di spiegazioni e curiosità sulle gru. In Bhutan questi uccelli sono considerati sacri e simbolo di longevità, ne esistono al massimo 11.000 in tutto il mondo e qui ogni anno ne arrivano circa 700. Per non ostacolare la migrazione nella vallata non ci sono cavi elettrici o pali della luce e questo è ottimo anche per le osservazioni astronomiche!
Saliamo al primo piano di questo curioso edificio, una sorta di torre poligonale dal cui soffitto, al centro della balaustra, pendono una serie di fili con attaccate tante gru di carta colorata. Le spiegazioni continuano: le gru dal collo nero sono famose per la loro danza di accoppiamento durante la quale si avvicinano l’uno verso l’altra con le ali aperte, saltando in un ritmo sincronizzato.
Usciamo quindi all’esterno dove possiamo ammirare da vicino due esemplari in una grande gabbia, Karma e Phema, due gru con le ali rotte che hanno subito attacchi da animali selvatici e che purtroppo non saranno più rilasciate. Una curiosità: quando ogni anno arriva la migrazione, le gru compiono sempre due giri sopra il monastero di Gangtey e la stessa cosa si ripete prima del ritorno in Tibet durante l’estate. Nel monastero si svolge quindi il festival Black Neck Cranes l’11 novembre di ogni anno.
Ci spostiamo ora al piccolo monastero di Khewang Lhakhang, un tempio sereno e poco conosciuto, situato vicino al nostro albergo. Il santuario principale è dedicato a Guru Rinpoche, con altari illuminati con lampade a burro che offrono una calda luce dorata, antichi affreschi sbiaditi dal tempo e dalle intemperie, statue e reliquie venerate dalle famiglie locali da generazioni. Alessandro, assorto in questa atmosfera mistica, dimentica di togliere le scarpe entrando nel tempio ma viene subito fermato da un addetto che gentilmente lo fa retrocedere.



Usciamo all’aperto, il cielo si sta aprendo, speriamo bene per stasera! Ci attende ora l’ultima tappa della giornata, il monastero di Ngelung Drechadling, in cui assisteremo ad una cerimonia di preghiera delle monache. E’ tra i più antichi Lhakhang (templi) del Bhutan. L’antico monastero fu fondato da Terton Trulku Paljor Gyeltshen nel XIV secolo. Gyeltshen fondò diversi altri monasteri nella regione ed era noto per essere un’incarnazione di Mutri Tsenpo, figlio del re tibetano Thrisong Duetsen. Tashi ci fa accomodare su alcuni tappeti sul pavimento in legno in attesa che entrino le monache. Ci guardiamo attorno: ci troviamo in una grande sala riccamente decorata con dipinti murali e thangka dai colori vivaci e tre importanti statue di Buddha del XIV secolo.
Ecco le monache, che alla spicciolata prendono posto al centro della sala ed iniziano a salmodiare a voce alta leggendo antichi testi.
Sono veramente molto giovani, ad alcune scappa un sorriso imbarazzato mentre ci guardano, chissà cosa penseranno di questi visitatori che vengono da così lontano… Ora ci sono tutte, una ventina, iniziano anche a suonare, accompagnando i mantra con una varietà di strumenti tradizionali, dalle lunghe trombe Dafa, al lingm (flauto) a percussioni quali tamburi Dama, cimbali e gong.
La cerimonia è piuttosto lunga e indubbiamente ha un effetto rilassante su tutto il gruppo, al termine Tashi ci riaccompagna in hotel dove finalmente monto il telescopio Dobson, osservando dalla finestra della camera un bellissimo tramonto con tanto di raggi crepuscolari. Durante la cena verifico con il personale dell’hotel che sia possibile spegnere le poche luci attorno alle abitazioni e poco dopo siamo tutti fuori con il telescopio sotto un cielo spettacolare, con una bellissima Via Lattea e una miriade di stelle, tipiche del cielo d’alta quota.


Col laser verde procedo con una lezione di riconoscimento delle principali stelle e costellazioni visibili in questo periodo, dal Triangolo estivo, al Grande e Piccolo Carro con la stella Polare, fino a Perseo, Cassiopea ed Andromeda legati tra loro nella mitologia greca. Proprio in quest’ultima si trova la famosa galassia M31, meglio nota come galassia di Andromeda, che si vede tranquillamente anche ad occhio nudo come una piccola nuvoletta pur trovandosi a 2 milioni di anni luce da noi! Decido di puntarla con il Dobson e lo spettacolo è magnifico: un ovale diffuso e allungato con il centro più luminoso e sfumato ai bordi, che si estende ben oltre il campo dell’oculare. Si vedono bene anche le 2 piccole galassie satelliti, M32 ed NGC 205.
“Ma che bella!” Dice Rosanna mettendo l’occhio all’oculare.
I compagni di viaggio si alternano al telescopio commentando con stupore la visione dell’oggetto, ma ben presto siamo raggiunti anche da Tashi, Karma e dalle ragazze dell’hotel che cercano di orientarsi al buio per trovarci. Non so se in Bhutan qualche astrofilo abbia mai portato un telescopio di queste dimensioni ( specchio di 25 cm di diametro), ma sicuramente dalle loro esclamazioni stupite non credo abbiano mai visto una cosa del genere. Tashi sgrana gli occhi e mi chiede diverse informazioni astronomiche e come funziona il telescopio mentre osserva la galassia.


Diego che fino ad allora era rimasto più lontano per tentare qualche foto osserva anche lui compiaciuto il lontano oggetto celeste e intrattiene Tashi sulla possibilità di preservare questo cielo dalle luci artificiali con una legge che lo tuteli, sullo stile delle tante che con l’associazione Cielobuio ha fatto approvare nelle regioni italiane. D’altra parte il Bhutan essendo così attento all’ambiente non può tralasciare l’altra metà del paesaggio, il cielo stellato.
“ Tashi, organizzami un incontro con il re per discutere la cosa!”gli dice.
Intanto decido di puntare la stella Arturo che con il suo bel colore giallo-arancione, tipico di una stella “anziana”ci guarda da 37 anni luce di distanza. Andrea mi chiede qualcosa in più sul concetto di anni luce e sullo spazio tempo. E’sempre sbalorditivo pensare che più si guarda lontano nello spazio, più si guarda indietro nel tempo e che da un pianeta di una stella o di una galassia lontana qualcuno potrebbe vedere la Terra di migliaia o milioni di anni fa!
Tashi, Karma e le ragazze ci salutano ringraziandoci tantissimo per l’esperienza appena vissuta e ci diamo appuntamento l’indomani, anche qualcuno del gruppo, complice qualche nuvola, si ritira, rimaniamo solo io Diego e Liana.
Facciamo in tempo a dare uno sguardo a Vega e alla stella doppia Albireo del Cigno che il cielo si annuvola completamente e mette il sipario a questa serata osservativa, speriamo nelle prossime.
24 Settembre
Dopo una ricca colazione, partiamo per Punakha attraverso un percorso panoramico. La prima visita della giornata, (ancora limpidissima alla faccia delle previsioni!), è quella al Wangdue Phodrang Dzong. Fondato da Zhabdrung Ngawang Namgyal nel 1638, sulla cima di un alto crinale tra i fiumi Punak Tsang Chhu e Dang Chhu, con una fantastica visione sulla valle sottostante.
Appena scesi dal pulmino si odono in lontananza rumori di tamburi e canti. Tashi si illumina, siamo fortunati ci dice, siamo arrivati proprio in coincidenza con il Festival Tsechu, le danze dei monaci che si tengono una volta all’anno!
In effetti appena entrati dal grande portale, i monaci sono lì in cerchio nel grande cortile, indossano maschere rituali e costumi colorati e danzano e volteggiano al ritmo dei tamburi e dei cimbali, col sottofondo di canti gutturali. Avevo visto qualcosa di simile nei documentari di Overland, quando la spedizione attraversò il Tibet, ma è veramente un’emozione vedere tutto questo dal vivo! C’è parecchia gente, devoti, curiosi ed anche turisti che riempiono il porticato tutto attorno al cortile dello Dzong. Il Festival Tshechu, ci dice Tashi, mostra la diversità e l’unità della cultura bhutanese e ci invita a trovare posto, si possono fare foto e riprese ai monaci, un’occasione unica!




Le danze Cham sono proprio il clou del Festival e raffigurano storie della mitologia buddista e del folklore bhutanese. Le maschere, spesso inquietanti, sono divinità, spiriti e personaggi storici e sono finemente lavorate, incarnando l’eccellenza artistica degli artigiani. I costumi vivaci ed elaborati dei monaci aggiungono splendore visivo al festival, grazie anche alla giornata limpida e soleggiata, rendendo le danze una festa per gli occhi.
Diego e Michele sfoderano le loro potenti e professionali macchine fotografiche per immortalare ogni dettaglio dell’evento. Il ritmo aumenta, i monaci ruotano su stessi facendo svolazzare le ampie gonne e le maniche larghe, ogni gesto, ogni balzo e ogni ornamento ha un preciso significato rituale e diventa parte integrante della narrazione, che per noi tuttavia rimane misteriosa.
Dopo una buona mezzora Tashi mi avverte che possiamo proseguire la nostra visita, meglio radunare il gruppo. Più facile a dirsi che a farsi, se qualcuno è rimasto nelle vicinanze devo cercare al piano superiore o ai bagni per trovare tutti, per ultimo arriva anche Alessandro che si era intrattenuto a parlare con qualche bellezza locale.
Ricompattato il gruppo passiamo di fianco ai monaci danzanti, ai musici e alle autorità per uscire dal cortile e salire una scalinata che ci porta verso il tempio.
Proseguono le spiegazioni. Il Wangdue Phodrang Dzong fu costruito come per altri Dzong, in posizione dominante e strategica sulle valli sottostanti. Secondo la leggenda, tuttavia, la ragione fu un’altra: durante la ricerca di un luogo adatto alla costruzione, qui furono visti quattro corvi levarsi in volo verso quattro diverse direzioni. Questo evento venne considerato un segno di buon auspicio, perché poteva significare la diffusione della religione verso i quattro punti cardinali.
Sta di fatto che la felice posizione consentì al Penlop ( governatore ) di Wangdue Phodrang di proteggere le rotte vesro Trongsa, Dagana e Thimpu, rendendolo il terzo sovrano più potente dopo i governatori di Paro e Trongsa. Percorriamo sale e cortili in un’atmosfera molto tranquilla fino ad entrare nel tempio principale il Kagyu Sethreng, dedicato ai maestri Drukpa Kagyu e agli ex Je Khenpo (Abati Principali). All’interno naturalmente troviamo statue del Buddha, dello Zhabdrung e dell’attuale capo religioso, il 70° Je Khenpo, Tulku Jigme Chhoeda.
Lo Dzong fu raso al suolo nel giugno 2012 a causa di un incendio provocato sembra da un cortocircuito elettrico. La maggior parte dello Dzong fu distrutta, tranne un monastero ed alcune reliquie, recentemente, nel 2022 è stato riportato al suo antico splendore.
Uno sguardo alla valle e ai fiumi sottostanti da un grande finestrone e torniamo nel cortile dove i monaci stanno terminando l’esibizione. Tocca ora ad un gruppo di donne, accompagnate da strumenti a corda come il dramyin (liuto). Rimaniamo ancora un po’, poi arriva il momento di abbandonare questo luogo e questa bellissima esperienza per recarci a pranzo al ristorante Kum Kham House a Punakha a base di melanzane ed altre verdure grigliate. C’è anche un negozietto di souvenir attiguo al ristorante.









Ci attende ora un’altra visita spettacolare, quella al Punakha Dzong ( Il palazzo della Grande Felicità ), un’imponente struttura costruita alla confluenza di due grandi fiumi che convergono qui nella valle di Punakha: il Pho Chhu (padre) e Mo Chhu (madre), dopo la confluenza il fiume principale prende il nome di Puna Tsang Chhu che poi diventerà un affluente del Brahmaputra. Il punto più bello per vedere e fotografare lo Dzong è sicuramente nei pressi del ponte di legno coperto sul fiume Mo Chhu, con una stupenda visione d’insieme della fortezza, austera e al tempo stesso in perfetta armonia con la natura circostante.
Non può mancare anche qui una foto di gruppo. Ci avviciniamo alla lunga e ripida scalinata che precede l’entrata su cui pendono giganteschi alveari ed entriamo in un grande cortile, circondato da porticati in legno lavorato e da una torre a 6 piani. Al centro del cortile si trova uno stupa bianco e un gigantesco albero della Bodhi o Fico Sacro. Ci sono anche alcuni gatti e galline che girano liberamente. Tashi procede con nuove spiegazioni: il Punakha Dzong fu realizzato nel XVII secolo sempre da Zhabdrung Ngawang Namgyal , ospitava un tempo il governo del paese (Punakha è stata la capitale per diversi secoli fino al 1955) oggi invece è la residenza invernale di Je Khenpo, l’abate capo del Bhutan, insieme ad un seguito di 1000 monaci.









Entriamo in un secondo cortile , si odono tintinnare dei campanelli nel silenzio, mentre osserviamo maschere rituali e una rappresentazione del cosmo all’ingresso del tempio, Diego e Michele riprendono e fotografano il luogo suggestivo con camere collegate a pertiche telescopiche.
All’interno si trova una statua enorme del Buddha del presente, con a sinistra Guru Rinpoche e a destra Ngawang Namgyal, il fondatore di tutti i templi, del quale qui si custodiscono le ceneri. Anche questa visita termina e ci spostiamo al nostro hotel Dragon Nest Resort a Punakha, molto carino, proprio sul fiume.





Dopo cena purtroppo il cielo si annuvola e cade qualche goccia di pioggia, tramonta quindi la possibilità di osservare il cielo… Rosanna ne approfitta allora per proporre al gruppo un gioco matematico in cui riesce magicamente ad indovinare la cifra pensata da ognuno di noi con grande stupore di tutti. Quindi ci fermiamo un po’ in un salottino per un dibattito su astronomia, scienza e astronautica.
I temi affrontati e le domande vanno dai Buchi neri, alla meccanica Quantistica, fino alle prossime missioni Artemis che riporteranno l’uomo sulla Luna. Io e Diego cerchiamo di rispondere nel modo più esauriente possibile. Al termine il gruppo troverà molto interessante questa serata anche senza una osservazione diretta del cielo.
25 Settembre
Dopo colazione ( lenta e laboriosa ), un controllo delle previsioni promette ancora una volta una giornata di pioggia, ma il cielo limpido le smentisce. Meglio così visto che ci attende una bellissima escursione al maestoso Khamsum Yulley Namgyal Chorten, un bellissimo monastero voluto dalla regina madre per allontanare le forze negative e promuovere la pace, la stabilità e l’armonia nel mondo.
Il trekking inizia da un pittoresco ponte sospeso sul fiume Mo Chhu, su cui sventolano bandiere di preghiera sfilacciate dal vento. Il fiume sotto di noi è impetuoso e conto i compagni di viaggio che passano sul ponte traballante. Alessandro chiude la fila e Rosanna anche questa volta rimane prudentemente con Karma. Il sentiero si inerpica attraverso fitte foreste, colline boscose e pendii terrazzati con coltivazioni di riso di un bel verde brillante. Dopo poco più di un’ora siamo in vista del Chorten, preceduto da un tempietto con una ruota della preghiera che tintinna.





Togliamo le scarpe ed entriamo nel Monastero, forse il più decorato di quelli visti finora, realizzato su 4 piani, circondato all’esterno da giardini sereni, fontane e colonne con in cima sculture di animali. Questo monastero è particolarmente affascinante, ci dice Tashi, soprattutto per il valore che rappresenta per i bhutanesi. Viene comunemente chiamato “tempio della fertilità”, perché dicono che chi lo frequenta riesca a mettere al mondo figli malgrado problemi di sterilità.
Fu fondato da Drukpa Kunley, conosciuto anche come “divine madman” il santo della fertilità. A lui si deve la tradizione di dipingere dei falli sui muri delle case per propiziarsi il benessere e tenere lontano il malocchio. Saliamo tutti e 4 piani per arrivare sul tetto in cima al tempio. Ogni piano, che rappresenta le scritture buddiste, è piuttosto buio e vi si possono indovinare sculture e addobbi e anche qualche monaco solitario intento a meditare o a leggere i sacri testi, in un’atmosfera veramente suggestiva.
Arrivati in cima, su un terrazzo che circonda il grande Stupa dorato, godiamo di uno straordinario panorama sulla valle di Punakha con una vista mozzafiato sul Mo Chhu e su alcune montagne che finalmente si intravedono tra le nubi che le avvolgono, tra queste il Masanga Kanng di 7194m.
Rimaniamo un po’ a passeggiare attorno al Chorten, salendo anche su una collinetta laterale per osservarlo e fotografarlo con la giusta luce, poi torniamo sui nostri passi, incrociando sulla strada del ritorno qualche contadino che vende i prodotti del suo orto.








Oggi saremo proprio ospiti a pranzo presso una famiglia di una farm di Talo, un villaggio sulle montagne, l’Aum Leki Faarmstay, un’occasione unica per vedere da vicino il modo di vivere della gente delle campagne bhutanesi. Saliamo tra verdeggianti montagne e fitte foreste lungo una strada che si stringe sempre di più diventando ben presto un sentiero sterrato.
Ecco la nostra destinazione, una piccola abitazione immersa nel verde con i padroni di casa lì fuori ad attenderci, una famiglia che ci sembra da subito ospitale e che ci mostra con orgoglio la loro casa/albergo per ospiti. Entriamo nelle stanze con funzione di cucina, bagno ecc, molto colorate e pulite, poi veniamo fatti accomodare all’esterno, alcuni di noi trovano posto ad un tavolo sotto un porticato, altri sotto un ombrellone su un piccolo spiazzo in cemento con vista panoramica sui dolci pendii in cui si coltivano in abbondanza mais e piselli dolci.




Certo che non sarebbe male tornare qui stasera se il tempo dovesse reggere per le osservazioni astronomiche, penso. Tashi scuote la testa, troppo lontano rispetto a Punakha…peccato. Ci sediamo a tavola e ci viene servito riso, verdure, carne e frutta in particolare il caco mela che qui coltivano. Un gatto tiene d’occhio i nostri piatti e la griglia.
Rosanna si alza in piedi, è giunto il momento del gioco dei “serpentelli”, un altro momento di magia che in Arizona nel 2023 ha riscosso un grande successo. Rosanna coinvolge tutto il gruppo, anche un ignaro Tashi, Karma e perfino la famiglia che ci ospita. Di cosa si tratta? Ebbene, spiega Rosanna ( e io traduco in inglese), occorre una bacinella d’acqua in cui andrà versato un po’ di zucchero e appoggiato qualche capello che per una strana reazione chimica e una buona dose di magia, si alzerà in piedi come un serpentello!

La famiglia, molto divertita della cosa procura subito bacinella e zucchero e la padrona di casa mette perfino a disposizione qualche capello! Tashi è molto preoccupato, non sa cosa aspettarsi da questa situazione…Rosanna fa disporre il gruppo attorno alla bacinella e dopo qualche attimo di concentrazione, in cui la tensione e il pathos aumentano, sbatte entrambe le mani dentro la bacinella facendo schizzare l’acqua addosso ai malcapitati. Tashi si spaventa moltissimo, Karma ride così come il resto del gruppo dopo un momento di perplessità. I serpentelli hanno colpito ancora!

Salutiamo e ringraziamo la famiglia della farm con una buona mancia e proseguiamo il cammino, arrampicandoci di nuovo sul sentiero in cui cominciano a comparire lavori in corso per allargare la strada. Poco dopo una serie di chorten, una ruspa ci impedisce di arrivare al Nalanda Buddhist Institute, scendiamo a piedi fino all’interruzione della strada per fare qualche foto al monastero da lontano e ritorniamo al pulmino.

Procedo con la conta del gruppo e manca Alessandro, dov’è finito? Torno indietro lungo il sentiero fino al punto in cui ci eravamo fermati per le foto ma non c’è traccia di lui, che sia arrivato al monastero scavalcando i lavori? Tashi corre subito a vedere e dopo una mezzoretta torna insieme al nostro compagno di viaggio, in effetti era là in contemplazione del Nalanda, aveva equivocato le direttive di Tashi. Tutto è bene quel che finisce bene, eravamo tutti molto preoccupati.
La giornata non è ancora finita, ci attende ora il monastero di Sangchhen Dorji Lhuendrup, un monastero di recente costruzione, costruito in stile tradizionale. Sorge sulla cima di una collina di 1.550 metri, Costruito come collegio buddista, il complesso del tempio ospita 120 monache ed è una scuola superiore permanente e un centro di meditazione. Oltre alla formazione religiosa, il monastero offre anche corsi di formazione professionale come sartoria, ricamo, scultura e pittura thangka.



La cosa che più colpisce al nostro arrivo è il grande Stupa bianco sormontato da un pinnacolo dorato con 4 coppie di occhi stilizzati, che ricordano lo Stupa di Boudhanath a Kathmandu in Nepal, visto dal sottoscritto nel 2017. Sono i Lokapala (i Guardiani delle Quattro Direzioni), che simboleggiano il Buddha onniveggente. Si staglia in tutta la sua bellezza nel cielo blu del pomeriggio inoltrato e gli giriamo attorno in senso orario preceduti da Tashi.
Entriamo anche nel tempio, anche in questo caso molto ricco e decorato, che ospita una statua in bronzo di Avalokiteshvara alta 4,2 m ed altre statue sacre come quelle del Buddha, Guru Rinpoche, Zhabdrung Ngawang Namgyal, Tsela Namsum e le 21 Tara. Usciamo quindi all’esterno dove le monache, raggruppate attorno ad una altro stupa più piccolo stanno cantando e suonando nel forte vento che fa volare le loro tuniche arancioni.


Torniamo al Dragon’s Nest Resort e dopo cena ancora una volta il cielo si annuvola negandoci le osservazioni astronomiche, proseguiamo quindi con altre domande e curiosità astronomiche nel salottino fino a quando la stanchezza fa ritirare il gruppo nelle proprie stanze.
26 Settembre
Dopo colazione, partiamo per Paro lungo una strada panoramica che ci riporta verso il passo Dochu-la, le nuvole che avevano coperto le stelle durante la notte si sono diradate e Tashi non esclude che stavolta dal passo si riesca a vedere l’Himalaya, tutto il gruppo ci spera! Dai finestrini mentre saliamo in effetti ci sembra di vedere qualcosa tra le nubi all’orizzonte, ma sì è sicuramente il ghiaccio bianco delle cime delle montagne, fermati Karma! Il gentile autista parcheggia subito il pulmino sul ciglio della strada e scendiamo per tentare qualche foto e ripresa delle vette himalayane.


Con un po’ di difficoltà riusciamo a notare qualche montagna, qualche cuspide innevata, ma lo spettacolo dura poco, le nubi purtroppo si stanno di nuovo addensando, speriamo che arrivati al passo le cime si svelino di più. Tuttavia, giunti alla meta, anche se un bel sole illumina i 108 stupa, troviamo un orizzonte pieno di nubi. Niente da fare, dobbiamo rassegnarci in questo viaggio a non vedere l’Himalaya…



Riprendiamo quindi la marcia con una sosta a pranzo al ristorante Paro View, prima della visita al Ta Dzong, situato in un punto strategico con magnifica vista sulla valle di Paro.
Originariamente costruito come Torre di guardia dalla forma cilindrica in posizione dominante sulla valle, oggi ospita il Museo Nazionale con una vasta collezione che comprende antichi dipinti, mandala e thangka, armi e armature, oggetti domestici e un ricco assortimento di maschere, manufatti e costumi. Ci sono pure statue di Buddha in bronzo, oggetti rituali, testi sacri e manoscritti nella sezione storica, animali impagliati ( tra cui i rari leopardi delle nevi ) e reperti geologici in quella naturalistica. Sicuramente un condensato della storia e della cultura bhutanese che meritava una visita.





Una volta usciti ci rendiamo conto che l’aeroporto di Paro è proprio sotto di noi e osserviamo qualche aereo compiere le pericolose manovre di atterraggio, le stesse fatte dal nostro gruppo qualche giorno fa. Un te’ nel piccolo bar accanto alla Torre, poi una breve passeggiata ci porta al Rinpung Dzong, poco più sotto, proprio mentre si avvicina un temporale.





Rinpung Dzong significa “fortezza del mucchio di gioielli” e ha una storia lunga e affascinante. Questo Dzong fu fondato sempre da Zhabdrung nel 1646 come punto di difesa e centro amministrativo, ha resistito a numerose invasioni, incendi e terremoti, simboleggiando la resilienza del popolo bhutanese. Le massicce mura a contrafforti, che si innalzano bruscamente dal bordo del fiume Paro, creano una presenza imponente ma armoniosa. E’ un monastero attivo che ospita monaci che si dedicano a preghiere, studi e rituali quotidiani.
Passiamo il metal detector ed entriamo nelle gallerie in legno che costeggiano il cortile interno lungo le quali si trovano raffinati dipinti murali che illustrano la tradizione buddista, come i quattro amici, il vecchio dalla lunga vita, la ruota della vita ecc. Inizia a piovere forte, ci ripariamo in uno dei templi ospitati dalla Torre Centrale, mentre cascatelle d’acqua scendono dalle pagode e i monaci posizionano bacinelle all’aperto per raccogliere l’acqua piovana, in un rituale di purificazione e rinnovamento spirituale che si svolge in vicinanza della Luna Nuova.



In questo tempio, che ospita diverse statue, tra cui quella del Guru Rinpoche e una foto del Je Khenpo, Tashi ricorda di aver dormito da giovane durante il periodo scolastico, sul pavimento fatto di antiche assi di legno.
Continua a piovere, Tashi chiama Karma, rinunciamo ad un’ulteriore passeggiata e ci rechiamo all’hotel Paro Eco Lodge in cui ci attende una cena self service a base di ravioli riso e pollo. Anche stasera sfuma la possibilità di osservazioni.
27 Settembre
Eccoci arrivati al momento clou di tutto il viaggio, l’escursione al monastero di Taktshang o Tiger’s Nest, il nido della tigre! Uno dei monasteri più famosi del Bhutan, arroccato in maniera spettacolare sul fianco di una rupe a 3120m di quota, con un salto di 900m sopra il fondovalle di Paro.
E’ anche il cuore spirituale del Bhutan, uno dei luoghi di pellegrinaggio più venerati del paese, visitato da tutti i bhutanesi almeno una volta nella vita, un luogo in cui miti e storia si intrecciano. Le origini di questo luogo sacro risalgono all’VIII secolo, quando la leggenda narra che Guru Rinpoche, volò sulla scogliera sul dorso di una tigre. Scelse questo luogo spettacolare per meditare e sconfiggere gli spiriti maligni, introducendo così il Buddhismo in Bhutan. Questa leggenda non è solo una storia, è intrecciata all’identità spirituale del monastero e dell’intero paese.
Per arrivarci occorre però affrontare una salita impegnativa di 4 km con 900 m di dislivello, che decidiamo anche questa volta di risparmiare a Rosanna.
Arriviamo al mattino molto presto, per evitare le ore più calde e la calca di turisti e pellegrini, presso una sorta di campo base ad una decina di km da Paro. All’inizio della salita troviamo un gruppo di asini a disposizione dei pellegrini, ma Tashi ce li sconsiglia, troppo instabili e pericolosi sul sentiero ripido. Ci mettiamo quindi in marcia con zaino in spalla, scarpe da trekking e buona volontà, in 3 ore dovremmo farcela! Il percorso si addentra nella foresta, tutto è immerso nella nebbia e nel grigiore, ci arrivano da lontano solo i suoni ovattati di qualche campana.



Vedrete che fra poco uscirà il sole, ci incoraggia Tashi, abbiamo buone possibilità di vedere il monastero! E difatti, quando arriviamo in un pianoro con tante bandiere di preghiera, il sole fa capolino dalla coltre di nebbia e si vede un po’ di azzurro. Ci sediamo su qualche panchina a riposare e a bere un po’ d’acqua. Queste bandiere, prosegue la nostra guida, che abbiamo visto un po’ in tutto il nostro tour, sono chiamate Lung Dhar e hanno cinque colori che rappresentano i cinque elementi della natura.
Riprendiamo la strada, ognuno col suo passo, la fatica si sente a questa quota ma è bene ricordare che secondo la tradizione, la salita fisica al monastero simboleggia un viaggio spirituale verso l’illuminazione, una vera e propria ascesa mistica!



Il sentiero ci porta fino ad una scalinata che scende nella nebbia, davanti a noi dovrebbe esserci la rupe con il tempio… Si intuisce qualcosa, una sagoma grigia con alcuni corvi che le volteggiano attorno ma poco altro. Bastano però pochi minuti di attesa che la situazione climatica migliora, ora i contorni nel tempio diventano più netti. “ Dai che esce, dai che esce!”esorta Diego.
Ed ecco che il “Nido della Tigre” si svela in tutta la sua bellezza e ci mostra la straordinaria abilità dell’architettura e dell’ ingegneria bhutanese, che ha realizzato un’opera che sembra sfidare le leggi della gravità, un grande monastero aggrappato in bilico sulla parete rocciosa! Tutto il gruppo è in contemplazione.



La ripida scalinata prima scende poi risale dopo attraversato un ponticello accanto ad una cascata, ormai ci siamo, un ultimo sforzo e siamo davanti al monastero, una vera soddisfazione, sono rimasti indietro questa volta Betta, Susanna e Andrea a cui sono ricominciati i fastidiosi problemi di sangue al naso. Ci raggiungeranno con calma.
File di ruote di preghiera costeggiano i cortili del monastero. Siamo invitati a lasciare zaini, borselli, telefoni e documenti in appositi armadietti e a togliere le scarpe prima di entrare. Tashi ci conduce alla Grotta sacra, il cuore del complesso monastico, dove Guru Rinpoche, trascorse tre anni, tre mesi, tre settimane, tre giorni e tre ore in profonda meditazione. Molti credono che questo atto abbia permeato il sito di una potente energia spirituale, rendendolo un luogo ideale per la pratica spirituale e la connessione con il divino.


Visitiamo poi i quattro templi che circondano il tempio principale di Taktsang Lhakhang, illuminati da lampade ad olio dal caratteristico odore acre, collegati tra loro da scalinate con gradini scavati nella roccia e pareti decorate da vivaci murales che raffigurano divinità buddiste, leggende e scene della vita di Guru Rinpoche. In uno di questi templi si sta tenendo una cerimonia a cui siamo invitati ad assistere.
Ci sediamo a terra ascoltando i monaci intonare canti e preghiere, poi all’uscita uno di loro ci offre latte salato e una sorta di gnocco fritto non male.
Arriva il momento di scendere proprio quando in senso opposto sta salendo una gran quantità di devoti e turisti, la visita non poteva essere organizzata meglio, abbiamo assaporato il profondo senso di pace ed energia spirituale di questo luogo nel momento migliore.
Risalendo la scalinata e girandoci indietro abbiamo l’ultima visione del Tiger’s Nest, forse la più spettacolare: le mura imbiancate e i tetti dorati brillano ora intensamente al sole, creando un meraviglioso contrasto con le aspre scogliere e i boschi sottostanti. Una relazione armoniosa tra uomo e natura, un aspetto fondamentale della cultura bhutanese. Quale migliore insegnamento poteva lasciarci il Bhutan prima del nostro ritorno a casa?




Diego e Liana a quel punto si separano dal gruppo, decidono di salire fino in cima al sentiero dove si trova un altro piccolo tempio, riportandoci descrizioni entusiastiche. Siamo quindi tutti al pulmino che ci porta a pranzo al ristorante Tiger nest cafè, in cui raccontiamo a Rosanna questa memorabile escursione.



La nostra compagna di viaggio lancia a quel punto un’idea e cioè noleggiare un piccolo aereo all’aeroporto di Paro per un sorvolo ravvicinato dell’Himalaya…un’ultima chance per vedere la catena montuosa più alta del globo. L’idea viene accolta con entusiasmo da una buona parte del gruppo e interpelliamo Tashi. La cosa è fattibile ma bisogna decidere subito e non è garantito di riuscire a vedere le montagne, il meteo come i giorni scorsi nel pomeriggio potrebbe peggiorare.
Ci consultiamo e prendiamo allora la decisione di rinunciare, troppo rischioso… C’è ancora il tempo per gli ultimi acquisti e souvenir prima della cena in albergo, domani inizia il lungo ritorno.
28 Settembre
Dopo colazione ci trasferiamo infatti all’aeroporto per imbarcarci sul volo per Delhi. E’ il momento dei saluti, ringraziamo tantissimo Tashi e Karma per il loro impegno, professionalità e gentilezza con cui hanno guidato il nostro gruppo, siamo stati veramente bene con loro, il modo di vivere qui dovrebbe essere da esempio per il mondo intero in un momento storico così complicato. Tashi ci da un ultimo saluto e un augurio: “Forse oggi vedrete l’Himalaya dall’aereo!”
Chissà! Abbiamo faticato ad ottenere i posti coi finestrini dal lato giusto per poter tentare l’impresa ed ora non resta che sperare . Saliamo a bordo, allacciamo le cinture, si parte! Sfioriamo ancora una volta le cime degli alberi e prendiamo quota, io e Diego stiamo riprendendo il decollo col cellulare, dalle nubi emerge miracolosamente qualche montagna, all’orizzonte ce n’è una piuttosto imponente, sicuramente un 8000! Si tratta del Kangchenjunga di 8586m! Caspita!
Dopo una virata accade l’incredibile, in pochi minuti ci passano accanto praticamente tutte le vette dell’Himalaya, Everest compreso! Oltre al gigante di 8848m, ecco il Makalu (8485m) e poi il Cho Oyu (8201m), l’Annapurna ( 8091m), il Dhaulagiri ( 8222m) e perfino il Gasherbrun I e II( 8068m e 8035m,) il Nanga Parbat (8126) e il K2 ( 8611m) della catena del Karakorum in Pakistan!
Si commenta euforici quest’ultimo regalo di questo incredibile viaggio, anche Betta, Giulia e Liana che tanto ci avevano sperato sono entusiaste. Ce l’abbiamo fatta!
Ma non è ancora finita, abbiamo un giorno intero di visite a Delhi in India! Al nostro arrivo veniamo accolti da Devender, la nostra guida a Delhi, che con un pullman riservato ci porta alla scoperta di quest’enorme città con più di 30 milioni di abitanti!

Un numero incredibile di persone che non riusciamo nemmeno a immaginare ma che ben presto, appena lasciato l’aeroporto e le principali tangenziali, ci appare chiaro…Ci troviamo all’improvviso nel bel mezzo di un ingorgo colossale, direi il re di tutti gli ingorghi, mai vista una cosa del genere nemmeno a Jakarta o a Kathmandu! Dai finestrini del pullman osserviamo a bocca aperta la quantità inverosimile di auto, tricicli, pulmini, motorini e quanto di più sgangherato possibile, anche carretti e mucche!
Naturalmente accompagnati da clacson strombazzanti, musichette a tutto volume e gas di scarico a volontà respirati da fiumane di persone in fila a bancarelle improvvisate che vendono di tutto.
Non c’è che dire un bel contrasto con l’atmosfera zen e idilliaca del Bhutan! Viste le nostre espressioni e sentendo i nostri commenti Devender ci spiega che oggi non è nemmeno una giornata con troppo traffico…



D’altra parte gli indiani non ci appaiono minimamente stressati dall’ambiente infernale, ci sorridono perfettamente a loro agio e ci mandano dei saluti come a volerci rassicurare , probabilmente abituati a vedere le facce incredule dei turisti appiccicate ai vetri dei pullman con gli occhi sbarrati.
Non si sa come, dopo solo un’ora di coda siamo davanti al ristorante previsto per il pranzo, il Cedar Club House, buonissimo. Assaggiamo tutta una serie di piatti gustosi, diversi tipi di carni tra cui non può mancare il pollo Tandori, verdure samosa, focacce e salse neanche troppo piccanti, serviti da gentili camerieri in un ambiente tipicamente indiano.



Dopo pranzo ci attende la visita alla Old Delhi, complicata oltre che dalla folla immensa, dai venditori insistenti e dal caldo afoso…Si comincia con la Moschea del Venerdì ( Jama Masjid ) dalla quale si può ammirare in lontananza l’imponente forte Rosso e gli esterni dei palazzi governativi, tra cui la residenza del Presidente dell’India ( Rashtrapati Bhavan) e il palazzo del Parlamento ( Sansad Bhavan). Saliamo una scalinata, all’ingresso ci forniscono adeguati capi di abbigliamento per poter accedere alla moschea, una sorta di pareo per gli uomini e un lungo soprabito per le donne.






Di fronte alle maestose cupole di marmo bianco che sovrastano la struttura principale di arenaria rossa con minareti alti 40 metri, Devender ci da un po’ di informazioni su questa moschea: è la più grande dell’India, costruita dall’imperatore Moghul Shah Jahan tra il 1650 e il 1656, un capolavoro di architettura che può accogliere fino a 25.000 fedeli proprio qui nel suo imponente cortile. Il nome deriva dalla preghiera collettiva del venerdì (Jumu’ah) che vi si tiene, ed è famosa per i dettagli architettonici moghul che combinano stili indiani e islamici.






La cosa più importante ora è non perdersi nella calca, alcuni di noi ogni tanto rimangono indietro a fare foto alla moschea e ai bizzarri personaggi che incontriamo, ma anche molti indiani ci fermano per farsi un selfie con noi, soprattutto con Liana. Usciamo indenni dalla moschea e proseguiamo a piedi verso il Chandni Chowk, il grande mercato nel cuore della Old Delhi, dove se possibile il caos e la quantità di gente aumentano ancora di più.
Cercando di non perdere di vista la nostra guida, ci infiliamo nelle viuzze strettissime con bancarelle che friggono qualsiasi cosa, esalando miasmi che si mescolano all’odore di spezie e al fumo dei perenni motorini che passano in mezzo a folle oceaniche, in un continuo carosello di clacson.




Avanziamo come ipnotizzati in questo caos cercando di scansare o scavalcare poveracci stesi a terra accanto alle bancarelle in cui senza un ordine preciso si vendono spezie, chincaglieria luccicante, frutta secca, gioielli in argento, sari dalle tinte vivaci, oli essenziali, cancelleria e dolci. Diego è inorridito dai fili elettrici aggrovigliati che pendono dai pali e dagli apparecchi illuminanti fuori da qualsiasi norma. Anche l’inquinamento luminoso in India non scherza…


Il gruppo comincia ad essere esausto, quasi sopraffatto, ma Devender ha in serbo per noi anche un giro in risciò a pedali come esperienza conclusiva di questa full immersion nella vita della Old Delhi. Ci dividiamo in coppie e nel breve giro su questi vecchi e sgangherati mezzi ci meravigliamo di come il nostro conducente riesca a evitare tutta una serie di incidenti con macchine, motorini e passanti ora spingendo faticosamente sui pedali ora frenando all’improvviso. Una mancia alla fine del giro è il minimo.
Prima di andare in hotel ci rimane la visita di Nuova Delhi con una veloce passeggiata nel lungo ed elegante viale che conduce all’India Gate, la “Porta dell’India”. Si tratta di un famoso arco commemorativo costruito dall’architetto Sir Edwin Lutyens per onorare la memoria dei soldati indiani caduti nella Prima Guerra Mondiale e nella Terza Guerra Anglo-Afghana. Nella luce calda del tramonto ricorda l’arco di Trionfo di Parigi o l’arco di Costantino a Roma. Risaliamo sul pullman che ci accoglie con una decisa sferzata di aria condizionata gelida sulla nuca e finalmente arriviamo al nostro splendido hotel Le Meridien per un più che meritato riposo.


Io Diego e Alessandro ci concediamo anche una nuotata in piscina all’ultimo piano dell’hotel sul far della sera, poi ci ritroviamo tutti a cena nel ricchissimo ristorante/self service in cui si trova ogni ben di Dio. Un bel contrasto con la povertà assoluta vista poche ore prima nella città vecchia: questa è l’India, una terra di grandi contrasti e di esperienze forti.
29 Settembre.
E’ arrivato il momento del lungo ritorno a casa, porteremo con noi un tesoro inestimabile di esperienze vissute in questi giorni, dalle cime del Bhutan dove l’aria è leggera e tutto gira in perfetta armonia, al delirio di Delhi dove nonostante tutto regna il sorriso e la gentilezza. Sì è stato un viaggio gentile, pieno di armonia, bellezza e anche stelle luminose, che speriamo di vedere ancora meglio in un futuro ritorno sull’Himalaya!
LE FOTO SONO DI : Giulia Baroni, Diego Bonata, Massimiliano Di Giuseppe, Liana Minelli, Michele Rambelli, Elisabetta Stepanoff e Tashi


























































































