di Massimiliano Di Giuseppe
Sono passati esattamente 20 anni dall’ultima volta che ho visitato il Marocco e anche allora si parlava di meteore, uno dei fenomeni più affascinanti del cielo. All’epoca erano le Leonidi, stelle cadenti novembrine che avevano vissuto anni di grande intensità e che sparavano nel 2006 gli ultimi fuochi d’artificio prima di un lungo letargo, che secondo le previsioni si sarebbe protratto fino al 2032. Quest’anno è invece il turno delle Geminidi, uno sciame che non tradisce mai le aspettative e che si assesta ogni anno a metà Dicembre su valori di frequenza superiori alle 200 meteore all’ora. Un vero spettacolo!
In Marocco volevamo tornarci in realtà già nel 2023, ma a Settembre di quell’anno un forte terremoto di magnitudo 6.8 colpì proprio Marrakech e la regione dell’Alto Atlante con vittime e ingenti danni. Di conseguenza il viaggio fu annullato.
Ora sembra la volta buona, i danni del terremoto sono stati in buona parte riparati e il numero minimo di partecipanti del viaggio di Esploriamo l’Universo/Gattinoni è stato raggiunto, finalmente si parte! E’ il 10 Dicembre e ci ritroviamo quasi tutti all’aeroporto di Bologna in partenza per Marrakech via Casablanca. Il primo ad arrivare è Andrea Battistella, che rivedo con piacere dopo l’ultimo viaggio in Patagonia, poi è la volta delle storiche Rosanna Montecchi e Liana Minelli, fresche del viaggio in Bhutan, a cui affido ancora una volta il telescopio Dobson per non sforare il peso, poi ecco le nuove conoscenze: Lisa Corradi, Maria Cristina Balboni, William Tura, Laura Buccino, Liudmila Mocanu, Andrea Colombi e Ida Berni.
L’aereo della Royal Air Maroc è pronto alla partenza per Casablanca, i portelloni sono stati chiusi e le hostess ci fanno allacciare le cinture di sicurezza. C’è tuttavia una certa agitazione a bordo tra i passeggeri, quasi tutti africani dei più svariati stati, qualcuno comincia ad alzare la voce e ad alzarsi. Che succede? Ci guardiamo attorno allarmati e cerchiamo di capire con il passaparola l’origine del trambusto. In realtà le ragioni non sono chiare, alcuni dicono che un passeggero si sia dimenticato il cellulare nel bagaglio in stiva, altri che il cellulare sia stato in realtà rubato. Mah…! Qualche attimo di tensione in cui si pensa anche ad un attentato, poi il comandante blocca il volo e fa salire a bordo la polizia aeroportuale. Vengono subito fatti scaricare tutti i bagagli dalla stiva e il passeggero esagitato scortato a terra.
Mai successa una cosa del genere in decine e decine di voli…! L’operazione di carico/scarico e controllo dei bagagli dura un’oretta circa poi finalmente l’emergenza rientra e abbiamo il via libera per partire, non vedremo mai più il passeggero in questione.
All’arrivo a Casablanca piove e fa freddo e al gate per Marrakech ci incontriamo con Roberto Iorio, l’ultimo componente della spedizione e compagno di mille avventure, anche lui ha avuto ritardi con l’aereo da Roma. Attorno a mezzanotte siamo finalmente a Marrakech, questa volta senza problemi di ordine pubblico e anche qui piove… Le previsioni sono a dir poco catastrofiche: una serie di grosse perturbazioni provenienti dall’Atlantico si sta dirigendo proprio sul Marocco, accompagnate da forti piogge e calo delle temperature, caspita che jella! L’unica speranza è che ci possano essere squarci di sereno, che ci permettano di non avere troppi disagi durante il viaggio e soprattutto di osservare nelle sere giuste il fenomeno astronomico. L’ultimo viaggio in Bhutan ci ha insegnato ad essere fiduciosi e a pensare positivamente, a dispetto delle previsioni là abbiamo infatti goduto di splendide giornate. Chissà…
Ci incontriamo con la nostra guida Sharif e con l’autista che in pulmino ci conduce all’hotel Adam Park, sontuoso e con camere molto belle, ma fredde. Con Roberto e Andrea B. cerchiamo di capire il complicato funzionamento del condizionatore per avere un po’ di calore e dopo vari tentativi abbiamo successo. Ci hanno lasciato anche un vassoio in camera con la cena ma non tocco nulla, è l’una di notte e preferisco riposare qualche ora.
11 Dicembre
Alle 7 del mattino il cielo è ancora buio, ma fortunatamente limpidissimo! C’è parecchio freddo ( 2 gradi ), mi stringo nel giubbotto e mi calco bene in testa il colbacco mentre percorro il giardino che dalle camere conduce alla sala colazioni. Guardo in alto: Giove è un faro luminoso accanto ad uno spicchio di Luna calante e più in basso Orione e Sirio spuntano dalle palme. In lontananza arriva il canto di un muezzìn che intona preghiere e avvolge il tutto in un’atmosfera mistica. Dai che anche stavolta il meteo ci assiste! Dopo un’abbondante colazione, ci ritroviamo nella hall dove però molti si stanno lamentando delle camere fredde, soprattutto Maria Cristina che non è riuscita a dormire, protesteremo con la reception.
Arriva Sharif, siamo in partenza per Zagora attraverso i monti dell’Atlante, si prospetta una giornata spettacolare, inshallah! Saliamo sul pulmino, Maria Cristina, Walter e Laura prendono i posti davanti come da accordi, altri invece chiedono di cambiare gli euro in Dhiram o di acquistare le schedine telefoniche, ci sarà modo di accontentare tutti. Mi siedo in fondo con Roberto e Lisa e cominciamo a salire i numerosi tornanti che portano sull’Atlante. Dai finestrini appannati dal freddo ci appare un paesaggio splendido, fatto di montagne aride alternate ad altre verdeggianti, in cui trovano posto come in un Presepe piccoli villaggi berberi con moschee e minareti.
Comincia ad apparire la prima neve che spunta sugli alberi e sulle cime montuose dipinte di rosso e arancione, il freddo aumenta, guardo Lisa che si sta riparando con tutti i maglioni e felpe a disposizione, è opportuna una sosta con un tè caldo alla menta in un punto di ristoro con terrazza panoramica. Rinfrancati ci rimettiamo in marcia, lo spessore della neve sul bordo della strada aumenta vistosamente e con Roberto si commenta ridendo la situazione ( pensavamo di andare al caldo!). Siamo quasi al valico e il panorama ora merita assolutamente una sosta fotografica, non avevo mai visto i monti dell’Atlante coperti di neve e lo spettacolo è davvero notevole, complice il cielo blu limpidissimo. Al passo Tizi n’Tichka a 2260 metri, la neve crea un curioso contrasto con le bancarelle che vendono oggetti di artigianato tipici del deserto come piccoli cammelli in legno e narghilè. Soffia un vento freddo e teso.






Superato l’Alto Atlante cominciamo a scendere verso il deserto e il paesaggio diventa improvvisamente arido e piatto, anche se i profili delle montagne innevate continuano a seguirci fino a Ouarzazate. Formidabile!
Nuova sosta, questa volta in vista della famosa Kasbah di Ait Ben Haddou, un gioiello di architettura berbera, che spunta appoggiata su di una collina di arenaria rossa, crocevia di antiche rotte carovaniere e più di recente set di numerosi film e serie tv come Lawrence d’Arabia, il Gladiatore, La Mummia, Gesù di Nazareth, Il Trono di Spade e tanti altri. Il luogo giusto per una foto di gruppo.



Pranziamo subito dopo in un ristorante con vista sulla Kasbah, con portate numerosi e abbondanti, poi ci mettiamo in cammino per salire a piedi sull’antico villaggio accompagnati da un cielo sempre limpidissimo.
Sharif ci affida ad un’anziana guida locale che ci accompagna lungo un ponte che collega le due sponde del fiume Wadi Mellah, 20 anni fa questo ponte non c’era e per raggiungere la Kasbah avevamo guadato il fiume a cavalcioni di asinelli. Molte cose sono cambiate da allora, anche la strada asfaltata un tempo non c’era così come erano molto più rari i negozietti e le bancarelle per turisti.



Mentre saliamo i ripidi gradini la guida ci racconta in italiano che il villaggio, patrimonio UNESCO dal 1987, venne costruito nei pressi dell’acqua, sopra un’altura di un terreno coltivabile, in un luogo al sicuro dagli attacchi dei nemici; all’interno dello Ksar (fortezza) sono contenute una serie di Kasbah d’argilla (costruzioni tipiche del Marocco). Si tratta di un villaggio fortificato e ad oggi conserva un igherm (il granaio comune), anche se ormai in rovina. La fatica della salita scoraggia alcuni del gruppo che ci raggiungeranno al termine del percorso.
La guida prosegue nelle spiegazioni: quest’affascinante struttura è stata costruita con la tecnica del pisé, vale a dire con terra, paglia e acqua impastate assieme ed è stata in grado di sfidare i secoli e le intemperie. Ancora oggi Ait Ben Haddou è abitata, anche se da pochissimi nuclei familiari, meno di dieci. Percorriamo i vicoli ripidi di sassi e terra battuta, incontrando case buie e cortili in cui vivono caprette e galline. Davanti agli ingressi risaltano ogni tanto coloratissime pashmine stese al sole ed altra mercanzia in vendita.





Siamo arrivati in cima, lo sguardo spazia tutto attorno sulle torri merlate e le imponenti mura, decorate con archi ciechi e motivi geometri in rilievo che creano un gioco di luci ed ombre. Più lontano ecco le montagne dell’Atlante appena attraversate e il deserto rossiccio. Il silenzio è interrotto solo dal soffio del vento e da qualche Muezzìn. A malincuore dobbiamo ritornare e ci ritroviamo con gli altri ripassando a piedi il fiumiciattolo quasi in secca, camminando in equilibrio su grossi sacchi. Poco distante ci sono anche turisti sui dromedari, li hanno promessi anche a noi una volta che saremo a Merzouga.






Risaliamo sul pulmino percorrendo la valle del Draa, una spettacolare oasi lunga oltre 200 km, famosa per i lussureggianti palmeti e i villaggi fortificati in terra cruda, che si estende da Ouarzazate verso il Sahara. E’ anche nota come la “valle delle mille Kasbah”. Ci fermiamo poco prima di entrare a Zagora in un punto panoramico per ammirare la valle e le sue oasi di palmeti al tramonto.
Sharif ci racconta che Zagora era il fulcro del commercio trans-sahariano. Spettacolari carovane, composte da ben 12.000 cammelli, solcavano queste terre trasportando tesori preziosi: verso nord, oro, avorio, piume di struzzo e schiavi, verso sud, sale, tessuti e manufatti, lungo il percorso argento, datteri e prodotti artigianali.
Arriviamo quindi al nostro Hotel Kasbah Sirocco, bello e caratteristico anche se alcuni del gruppo come Liudmila, Ida e Maria Cristina devono farsi cambiare ancora una volta le camere fredde, evidentemente gli albergatori sono stati colti impreparati da queste temperature. Siamo a 800 metri e il freddo si sente, tanto che a cena mangeremo in una sala col camino acceso.
12 Dicembre
Il mattino ci accoglie anche oggi con un bel cielo limpido, ma la temperatura si è abbassata ulteriormente: 0°. Ce ne rendiamo subito conto uscendo nel giardino dell’albergo dopo colazione, Lisa è sempre più avvolta da sciarpe e giubbotti e Maria Cristina è decisamente raffreddata… Ecco Sharif, carichiamo i bagagli sul pulmino e partiamo per la prima tappa della giornata, Tamegroute, un piccolo villaggio ad una ventina di km di distanza quasi al confine con l’Algeria.


Iniziamo le visite con il complesso della Zaouia Naciria (o Nasiriyya), una confraternita sufi fondata nel XVII secolo, un centro di apprendimento e pellegrinaggio. Questo luogo sacro è famoso per ospitare il Mausoleo di santi sufi, tra cui Sidi Muhammad bin Nasir, noto per aver creato un movimento di Islam moderato, ci sono anche una moschea e un minareto caratteristico in mattoni crudi che svetta sopra le abitazioni della kasbah in un cielo pieno di “nuvole a pecorelle”, speriamo non annuncino la proverbiale “acqua a catinelle”…
Anche qui veniamo presi in consegna da un’altra guida locale che ci illustra nel cortile del Mausoleo, i particolari architettonici e la storia della Zaouia. Accanto al Mausoleo si trova una biblioteca coranica, che conserva preziosi manoscritti antichi (anche di nove secoli fa) su pergamena e pelle di gazzella, che trattano di teologia, medicina, astronomia, matematica, poesia e tanto altro. Un’altra guida ci sta aspettando all’interno della biblioteca, che si rivela in effetti molto interessante. Purtroppo non si possono fare foto.



Storicamente la reputazione di Tamegroute come luogo di istruzione e di importanza religiosa risale all’XI secolo, ma fu solo con la fondazione di un ramo della Confraternita Naciri, un influente movimento sufi, nel XVII secolo, che si diffuse la convinzione che il Corano dovesse essere studiato attentamente per comprendere l’Islam nella sua interezza. Da qui lo sviluppo di questa prestigiosa biblioteca da parte di Sidi Mohammed bin Nasir e di suo figlio Ahmad, che continuò l’opera del padre dopo la sua scomparsa, raccogliendo ulteriori manoscritti durante i suoi viaggi in Arabia, Egitto, Iraq e altri paesi arabi del mondo. Questi libri e compendi sono scritti utilizzando il pigmento naturale della corteccia di noce, lo zafferano, l’henné e l’oro.
Una volta usciti Sharif raduna il gruppo per farci visitare la Medina, facendoci entrare in un dedalo di cunicoli e passaggi sotterranei, spesso molto bui. In una di queste antiche case di terra, una donna sta cuocendo in un forno una focaccia appetitosa, che subito Sharif ci fa assaggiare. Poi arriviamo nella piazza principale sempre di terra, in cui si trovano i forni e i laboratori che realizzano le famose ceramiche di Tamegroute. Una tradizione antica otto secoli, che prosegue come se il tempo si fosse fermato. Sette forni tradizionali appartengono a sette famiglie di vasai. Ogni famiglia ha il proprio forno e il proprio laboratorio di argilla, perpetuando le abilità ancestrali tramandate di generazione in generazione.


L’argilla viene estratta scavando nei terreni circostanti e poi tritata, impastata con acqua e lasciata riposare per giorni, prima di essere modellata. Fuori dal laboratorio una distesa di vasi, candelabri e ciotole aspettano di essere essiccati dal sole. Entriamo in uno di questi laboratori, in realtà una piccola stanza ricavata nella terra dove un ragazzino sta lavorano sepolto in una buca profonda fino alla vita. E’ visibile solo il busto e non si vede il pedale del tornio che viene azionato di continuo ripetendo all’infinito gli stessi gesti con precisione e velocità impeccabile, pur con un comfort molto limitato.
Prima di passare alla cottura nei forni, gli oggetti vengono bagnati in una miscela segreta di manganese, rame, silice e rosa del deserto, che conferisce alle ceramiche ammalianti colori.
Non può mancare a questo punto la visita di un negozio di ceramiche per gli inevitabili acquisti di souvenir. Il proprietario ci descrive in maniera accurata i suoi prodotti: le ceramiche di Tamegroute sono riconoscibili per i colori molto caratteristici, a partire da una bella tonalità di verde scuro che ricorda l’immenso palmeto di Zagora o il verde degli ulivi marocchini, seguita da tonalità di ocra, cammello e marrone che ricordano la sabbia del Sahara. E’ un tripudio di piatti da tajine, ciotole, tazze, insalatiere, piastrelle e mattonelle…





Si annuvola, è rimasta solo una sottile striscia di sereno verso Est, speriamo bene… Proseguiamo verso Erfoud in cui effettuiamo il pranzo, a dir la verità poco entusiasmante in un ristorante freddo che non piace nemmeno a Sharif. Poco lontano ci sono i nostri mezzi 4X4 in cui trasbordiamo i bagagli e noi stessi, pronti per il deserto di Merzouga e le sue dune. Per affrontare al meglio l’avventura e con la giusta energia Sharif ci offre alcuni datteri veramente dolci e gustosi.
Il Deserto di Merzouga, che fa parte del Deserto del Sahara, occupa una striscia di terra lunga circa 22 km (da Nord a Sud) e larga circa 5 km (da Est a Ovest), e si trova a 20 km dal confine algerino. In particolare l’Erg Chebbi, in cui siamo diretti, è uno dei più spettacolari “mari di sabbia” del Sahara, famoso per le sue maestose dune arancioni che raggiungono i 150 metri di altezza. E’ lì che si trova il nostro campo tendato.



Cade qualche goccia, passiamo rapidamente dal deserto roccioso a quello sabbioso e le nostre jeep cominciano a cavalcare grosse dune giallastre tra l’entusiasmo di Rosanna e Liana che per la prima volta provano questa esperienza. Dopo circa 50 km di sobbalzi e saliscendi siamo in vista del nostro campo “La Belle Etoile”, un vero gioiello! Le nostre tende ampie e confortevoli contengono una vera e propria stanza di albergo con letto matrimoniale e addirittura bagno, doccia e riscaldamento! C’è pure un’antenna Starlink che si collega ai famosi satelliti di SpaceX, che consente di avere il wifi in mezzo al deserto. Inoltre siamo gli unici turisti al campo, la pace è completa.
Peccato per il cielo nuvoloso e il freddo che ci stanno rovinando i piani, come la cammellata al tramonto e le previste osservazioni astronomiche notturne. Una volta sistemati i bagagli ci ritroviamo allora per la cena nella grande tenda ristorante.





Il cuoco ha preparato per noi un piatto tipico marocchino: couscous e tajine con verdure pollo e uvetta, ottimo e abbondante. Andrea B. che temeva i disagi del deserto e della tenda ed era rimasto a lungo indeciso se iscriversi o no al viaggio si deve ricredere. I camerieri e il personale si mettono pure a ballare e cantare con tamburi e nacchere in segno di benvenuto, coinvolgendo pure Rosanna e altri del gruppo. La connessione internet consente di dare un’occhiata precisa alle previsioni meteo che purtroppo per stasera sono nefaste, la grossa perturbazione è ormai sopra di noi e durante la notte e la giornata di domani si prevedono piogge abbondanti.




Stasera quindi niente Geminidi, ne approfitta allora Rosanna per proporre un gioco matematico al nostro tavolo come passatempo. Poco dopo Liudmila, che era uscita a fumare rientra nella tenda ristorante: “Si vedono le stelle!”dice. Caspita! In effetti c’è qualche squarcio tra le nubi, che mostra un accenno di stelle e costellazioni. In un attimo siamo fuori e con il laser indico ad esempio Orione e la sua famosa cintura, Sirio, il Toro e le Pleiadi, le “7 sorelle”.
Ma gli squarci durano poco e quando il cielo si copre di nuovo torniamo dentro parlando un po’ di spazio, astronomia e astrofisica come capitato in altre occasioni. Si sta alzando il vento e si mette a piovere, ci rintaniamo nelle tende col riscaldamento al massimo cercando di dormire nonostante il frastuono dei teli che sbattono. In particolare il telo in questione mi sveglierà diverse volte durante la notte sbattendomi sul cuscino dietro alla testa…
13 Dicembre
Ha piovuto tutta notte e continua a piovere, un fatto veramente raro da queste parti! Sbircio dalla tenda, alcuni compagni stanno aspettando al freddo e al vento l’apertura della tenda ristorante che per fortuna avviene poco dopo, ci vuole proprio qualcosa di caldo ed energetico per iniziare una giornata che si prospetta complicata. Anche Sharif è deluso, avrebbe voluto mostrarci il deserto in ben altre condizioni, ma tant’è, bisogna fare buon viso alle avversità. Continuo ad essere fiducioso per stanotte.
Montiamo sulle jeep che ancora una volta salgono e scendono le dune con manovre alla “Parigi-Dakar”, slittando nei rigagnoli e nelle pozze che la pioggia sta formando ovunque, sicuramente un modo inusuale di vedere il deserto…I piloti, decisamente divertiti, continuano il percorso avventuroso fino a quando siamo in vista di un piccolo villaggio di berberi in cui facciamo sosta. La pioggia è battente e ci ripariamo volentieri sotto una delle loro tende fatte di tessuto ricavato dai peli di capra e di cammello, un isolante che offre protezione dal calore e dal freddo della notte. La situazione è un po’ precaria, gocciola ovunque e dobbiamo abbassare la testa per non scontrarci con carne non ben identificata appesa ad essiccare.
Dal buio e dal fumo prodotto dalla brace che ricopre un buco nella terra con funzione di forno, emerge la padrona di casa che ci offre un po’ di tè alla menta e alcuni pezzi della cosiddetta “pizza berbera”, una focaccia ripiena di cipolla, carne macinata, uova, noccioline e prezzemolo, devo dire molto buona.
Ci sono anche alcuni bambini che sguazzano con le ciabatte o scalzi nelle pozzanghere fangose, ci guardano con occhi curiosi mentre facciamo loro qualche foto. Alla fine questi nomadi ci sorridono riconoscenti, non solo per la mancia elargita da Sharif, ma anche per l’acqua preziosa che abbiamo portato: il gruppo di astrofili ha fatto piovere nel deserto, erano 6 anni che non succedeva!




Il nostro tour procede in condizioni climatiche sempre peggiori, il vento e la pioggia aumentano di intensità quando siamo nei pressi della “montagna fossile”, una cava a cielo aperto di fossili, che in questa zona del Marocco abbondano..
L’area di Merzouga, nel Devoniano, era un fondale marino e le sue tracce oggi sono visibili su moltissime delle rocce scure che emergono dalla sabbia del deserto: Trilobiti, Orthoceras e Ammoniti di qualsiasi dimensione, che interessano i paleontologi ed hanno un fiorente mercato tra i turisti. Non abbiamo però molta voglia di osservare e valutare i numerosi fossili appoggiati su grosse pietre, sferzati come siamo dal vento e dalla pioggia che gonfia e ribalta i nostri k-way, per cui chiediamo a Sharif di proseguire.
La tappa successiva è il piccolo villaggio di Khamlia, abitato da meno di 150 persone ma conosciuto in tutto il mondo per essere la culla della musica Gnawa, originaria del Senegal del Sudan e del Mali e tramandata qui proprio dagli schiavi provenienti da Timbouctou. Una musica capace di indurre uno stato di trance, grazie a suoni bassi e ritmati, ai canti e al ritmo del battito delle mani.
Veniamo invitati ad accomodarci in una stanza del “Gnaoua Bambara Khamlia (Cultural Center)”in cui un gruppo di musicisti in costumi tipici sta già suonando e cantando questo tipo di musica ad alcuni turisti.
I canti sono accompagnati dal Guembri, un liuto a tre corde intagliato nel legno e ricoperto di pelle di capra che simula una sorta di battito cardiaco, dalle Qraqeb, pesanti nacchere di ferro che creano ritmi poliritmici intrecciati e dal Tbel, un grande tamburo utilizzato per energizzare e intensificare il tutto.
Restiamo ad ascoltare questa musica ipnotica sorseggiando un tè e ben presto tutti sono invitati a danzare insieme. Nelle vicinanze si trova un bell’hotel in stile tipico con un buon ristorante in cui effettuiamo il pranzo. Grazie al wifi controlliamo il meteo che per il pomeriggio e la sera non promette niente di buono.



Ne approfittiamo allora per sederci in un negozio di tappeti dove tuttavia nessuno di noi compra nulla anche se il proprietario ce ne mostra di tutti i tipi e i prezzi.
Ma una volta fuori il clima a sorpresa è migliorato, sta uscendo addirittura un timido sole, quello che ci vuole per la prevista passeggiata in un bel palmeto vicino a Merzouga, ai margini delle spettacolari dune dell’Erg Chebbi.
Quest’oasi verdeggiante, caratterizzata da palme da dattero e canali di irrigazione, offre un netto contrasto con l’ambiente sabbioso circostante e rappresenta un momento di relax per la nostra spedizione, anche la temperatura si è alzata diventando tiepida e piacevole. Valutiamo con Sharif perfino la possibilità di andare sul cammello, ma una volta arrivati al campo nuvoloni scuri all’orizzonte ci inducono a rinunciare. Peccato, mi terrò il ricordo della cammellata di 20 anni fa… Alcuni del gruppo si ritirano in tenda, io, Andrea B. Liana, Rosanna, Roberto, Liudmila ed Ida ci prendiamo un tè con dolcetti nella tenda ristorante.






E’ un’impressione o si vede il cielo azzurro? Ma certo! Usciti fuori, il cielo è sgombro per metà e un sole sempre più convinto si sta facendo strada tra le nubi che si assottigliano. Un’occasione unica per fare qualche foto decente sulle dune! Rapidamente ci ritroviamo al margine del campo e iniziamo a camminare sulla cresta di una duna che si alza leggermente. Che spettacolo!
Ecco il deserto come lo ricordavo, con le dune dorate e il silenzio rotto solo dai nostri passi che sprofondano nella sabbia. Sono tutti entusiasti, in particolare Andrea, per lui è la prima volta a contatto con le dune. Presi dall’entusiasmo decidiamo di camminare fino a lontani cipressi in questo ambiente incredibile, lontani miglia e miglia dalla frenetica vita quotidiana. Un mare di dune, alcune veramente alte, si estende tutto attorno a noi, mi tornano in mente la Libia e l’Algeria, quest’ultima uno dei luoghi più belli che ho visitato. Un coleottero ci segue lentamente lasciando le impronte delle zampette sulla sabbia accanto a noi.








Ecco i cipressi, antichi guardiani delle dune, ora è meglio tornare indietro non si sa mai che il meteo peggiori, ci sono ancora nuvole temporalesche in giro. Sulla strada del ritorno ci viene incontro Liudmila anche lei entusiasta del panorama. Prendo a quel punto la solenne decisione di montare il telescopio Dobson, la speranza è l’ultima a morire e se il tempo dovesse reggere fino a stasera, non me ne pentirò certamente. Mi danno una mano nel lungo e laborioso montaggio Liana ed Andrea e in meno di un’ora il telescopio è pronto!





Mentre siamo a tavola per la cena tuttavia ricomincia a piovere e un vento fortissimo mette a dura prova la resistenza delle nostre tende e di quella del ristorante. Non sembra ci siano avvisaglie di miglioramenti, anzi…Sono tutti un po’ abbacchiati e nemmeno Rosanna riesce a risollevare lo spirito con il gioco di prestigio dei serpentelli che tanto successo aveva avuto in altri viaggi. Stasera è la notte del picco di attività delle Geminidi, previsto attorno alle 2 di notte, sarebbe un vero peccato perderci lo spettacolo, tanto più che in Italia è completamente sereno e immagino gli sfottò degli amici astrofili una volta tornati in patria… Urge un aggiornamento meteo.


Ecco che contro ogni ragionevole previsione, Roberto con la sua preziosa app meteo radar ci da qualche speranza “ “Alle 3.30 c’è un buco di sereno!” “Dirò di più”, subentra Andrea B. che tiene sotto controllo il satellite Meteosat: “Il sereno potrebbe arrivare anche prima, addirittura a mezzanotte/l’una” e ci mostra una chiazza scura che contrasta col bianco delle nuvole tra una perturbazione e l’altra, che dovrebbe passare sul nostro campo tra qualche ora.


Non c’è la certezza matematica ma vale la pena provare, punterò la sveglia ogni ora dalla mezzanotte in poi e in caso di sereno avviserò tutti. Chiedo anche al personale del campo di spegnere i pochi lampioncini presenti per evitare qualsiasi traccia di inquinamento luminoso. Il dado è tratto!
Ci ritiriamo nelle nostre tende strattonate selvaggiamente dal vento, nella mia sta pure entrando un rigagnolo d’acqua che filtra dal bordo inferiore, in parte assorbito da un grosso tappeto, speriamo di non svegliarci a mollo…
E’ mezzanotte, la sveglia suona, mi ridesto da un sonno agitato e apro la porta, la bufera ancora infuria, nessun segno di miglioramento, lentamente ritorno a letto consapevole che le possibilità si stanno riducendo. Mi sembra di essermi appena addormentato quando suona di nuovo la sveglia, è l’una…
C’è uno strano silenzio. Non si sente più picchiettare la pioggia sulla tenda e anche il vento sembra calato, chissà…Mi affaccio fuori ed ecco il miracolo: il cielo è quasi tutto sgombro, pieno di stelle luminosissime, le ultime nubi si stanno allontanando verso est. Incredibile, il Meteosat ci ha preso!
Mi vesto rapidamente ed esco a controllare meglio, non sento quasi il freddo anche se la temperatura è vicina allo 0°, preso dall’entusiasmo di trovarmi sotto un cielo fantastico. Salgo sulla collinetta al centro del campo e mi ritrovo sotto i tesori del cielo invernale: Orione, l’Auriga il Toro, Sirio, Procione, Giove e naturalmente i Gemelli, da cui come a voler salutare la mia perseveranza partono due luminose Geminidi! Si vede benissimo anche la Via Lattea invernale, da noi sempre più difficile e pure Canopo, attaccata all’orizzonte sud, la seconda stella più luminosa del cielo, invisibile alle nostre latitudini. “La Belle Etoile”, mai nome fu più adatto!
Cavolo, devo avvisare gli altri! Mando un messaggio, poi busso alle tende, nulla, tutti dormono profondamente, faccio anche qualche chiamata e dopo un po’noto qualche movimento solo nella tenda di Rosanna e Liana. Quest’ultima mi chiama al telefono: “Stiamo arrivando!”La situazione al momento sembra stabile, da ovest non arrivano altre nuvole e le Geminidi, con la loro classica forma a goccia e il loro colore bianco-giallo, stanno aumentando di intensità.
Ne ho già contate una ventina in un quarto d’ora quando escono dalla tenda Rosanna e Liana anche loro incredule per il sereno. Mi aiutano a portare fuori il Dobson e ci posizioniamo accanto alla mia tenda, punterò qualche oggetto mentre tengono d’occhio il cielo. “ Eccola!” grida Rosanna. “Un’altra!”. “L’ho vista anch’io!” Interviene Liana. Le meteore cadono a grappoli in tutto il cielo, anche due alla volta, uno spettacolo! Una pioggia silenziosa e magica. “ Che luminosa quella con la scia l’avete vista?” Rispondo di sì mentre punto il telescopio verso Orione: era un bolide, sono chiamate così le stelle cadenti più luminose, spesso con scia persistente.
Inquadro la nebulosa di Orione, uno degli oggetti celesti più belli da vedere al telescopio, con i suoi delicati filamenti che la fanno somigliare ad una nuvola di bambagia. Sotto il cielo del deserto è ancora più bella. “Perbacco!” Esclama Rosanna mentre mette l’occhio all’oculare. Si trova proprio al centro della spada del gigante cacciatore e si può intuire anche ad occhio nudo. E mentre indico con il laser la zona inquadrata dal telescopio, un’altra luminosa Geminide sfreccia lì accanto. Riprovo a bussare alle tende e a chiamare, nulla…Mi dispiace proprio che gli altri compagni di viaggi si stiano perdano tutto ciò…


Spunta per un attimo Maria Cristina dalla tenda, ma il freddo è eccessivo e preferisce tornare dentro. Siamo probabilmente al momento clou della pioggia, una stima del tasso zenitale orario mi suggerisce una frequenza di più di 200 meteore all’ora, nella media di questo generoso sciame. Sto puntando le bellissime e azzurre Pleiadi al telescopio quando la visione si fa offuscata. Ci risiamo, stanno tornando le nuvole, sono le 3.00 circa, facciamo in tempo a vedere un’altra manciata di meteore, poi il sipario si chiude. Fine dello spettacolo.
E’ andata comunque di lusso: con Rosanna e Liana ci si abbraccia per la riuscita dell’impresa, abbiamo visto il fenomeno nel suo massimo di attività sotto un cielo magnifico, quando ormai le speranze erano ridotte al minimo. Mi è già capitato in passato, in tanti anni di spedizioni in giro per il mondo a caccia di fenomeni celesti di arrivare in extremis al risultato. In astronomia ci vuole molta pazienza e perseveranza, ma ogni volta la soddisfazione è immensa.
14 Dicembre
Al mattino a colazione raccontiamo ad una platea incredula la nostra impresa che diventa ancora più significativa visto che anche oggi ci siamo svegliati sotto la pioggia e un cielo plumbeo. Bisogna continuare ad essere fiduciosi, magari stasera il cielo si apre di nuovo e riusciamo a fare un po’ di osservazioni da Ouarzazate.
Carichiamo le jeep sotto la pioggia e gli autisti si sorprendono del voluminoso telescopio che io e Liana teniamo sulle gambe sul sedile posteriore. Per fortuna il tragitto è breve e trasbordiamo tutto quanto sul pulmino che ci porta vicino a Erfoud, dove si trova uno dei più importanti giacimenti di fossili del Marocco. Visitiamo un laboratorio in cui le lastre di roccia con i fossili vengono lavorate come se fossero marmo, diventando tavoli, fontane, porta-mestoli e tanto altro. Alcune ammoniti e altri molluschi preistorici sono veramente giganteschi e la paziente lavorazione mette in risalto i più fini dettagli. Anche in questo caso non può mancare un passaggio all’attiguo negozio in cui questa volta tutti comprano qualcosa.



Si riprende il pulmino e lungo la strada per le gole di Todra ci fermiamo per una sosta tecnica e qualche foto sotto la pioggia ai palmeti, ksar e minareti del villaggio di Tinghir, poi eccoci a destinazione. Le gole di Todra si sono formate dall’erosione provocata dal fiume Todra, che scorrendo tra le alte pareti delle montagne ha creato questo spettacolare canyon, con rocce a strapiombo che raggiungono i 160m di altezza.
Nel punto di minima distanza, tra i due versanti ci sono solo 10m! Nel corso degli anni il fiume che riempiva la gola si è inaridito e il suo modesto flusso permette oggi di attraversarlo facilmente con tanto di strada asfaltata. I più temerari del gruppo scendono sotto la pioggia per percorrere a piedi un tratto del canyon, mescolandosi ad altri turisti e ai locali con asini e caprette al seguito. Io invece preferisco vedere tutto dal pullman, sono ancora un po’ stanco dalla notte precedente e camminare sotto la pioggia non mi entusiasma.




Pranziamo poco dopo in un bell’hotel sempre al freddo e proseguiamo il nostro tragitto percorrendo in tutta la sua lunghezza la Valle delle 1000 Kasbah che ci porterà solo in serata a Ouarzazate. Questa volta in pulmino alcuni del gruppo, quelli seduti davanti, hanno troppo caldo, dietro invece si sta imbaccuccati per il freddo. Sharif e l’autista cercano di fare del loro meglio armeggiando con il riscaldamento per rendere la temperatura più omogenea. Certo che un clima del genere nessuno se lo aspettava… la pioggia continua inesorabile.
Ci fermiamo per una breve sosta a Klaa Mgouna, famosa per le sue rose e i relativi saponi e prodotti di bellezza ricavati da questo fiore. Le signore del gruppo non si fanno certo mancare un po’ di acquisti. Smette finalmente di piovere e si aprono squarci al tramonto sui monti dell’Atlante pieni di neve quando siamo alle porte di Ouarzazate e poco dopo prendiamo posto al nostro Hotel Karam Palace, un’altra splendida sistemazione.



Visto il miglioramento meteo prendo accordi con Sharif per la serata osservativa, in un luogo fuori città lontano delle luci, sarà il nostro autista a portarci lì dopo cena. Alle 21.30 tutto il gruppo è pronto alla partenza nella hall, naturalmente ho con me il Dobson e Andrea B. e Roberto i cavalletti fotografici e teleobiettivi per tentare qualche foto, il cielo sembra buono. Si parte!
Dopo un quarto d’ora ci troviamo alla periferia della città e imbocchiamo una strada sterrata che ci porta verso il deserto, troviamo uno spiazzo adatto e ci fermiamo. Il cielo è quasi tutto sgombro, si vedono parecchie stelle anche se non è una visione spettacolare come ieri notte, c’è pur sempre qualche luce all’orizzonte e un po’ di velatura. Ma è il massimo che possiamo ottenere e non ci si può lamentare.
Qualche minuto per calibrare il telescopio e siamo pronti per le osservazioni, mentre Andrea e Roberto si posizionano poco più indietro per tentare qualche fotografia.
Parto con una breve rassegna delle principali stelle e costellazioni col raggio laser, dal Grande Carro alle storie mitologiche di Perseo e Andromeda, quindi Orione e le 3 stelle della cintura, sempre ben riconoscibili e il pianeta Giove, che brilla luminoso nei Gemelli. Noto pure che la bassa latitudine in cui ci troviamo rende ben visibili Alfa e Beta della costellazione della Gru, un’elusiva costellazione australe.
Eccola! Qualcuno del gruppo ha visto una Geminide, poco dopo se ne vedono altre, dai che anche stasera riusciamo a vedere qualcosa di buono! Il gruppo si mette in coda al telescopio, parto ancora una volta dalla nebulosa di Orione che suscita grande interesse e poi passo a Sirio per mostrare il colore bianco-azzurro di questo vero e proprio diamante celeste, quindi è la volta di Aldebaran, l’occhio del Toro, una stella più vecchia, di un deciso colore giallo. Lisa è entusiasta così come Andrea C., Laura e in generale tutto il gruppo, che probabilmente non si aspettava di vedere così bene col vecchio telescopio autocostruito.
Un’altra Geminide compare all’improvviso, questa volta è Liudmila a lanciare un grido, pure io la vedo di sfuggita, era parecchio luminosa e ha attraversato buona parte del cielo.
Il nostro autista è molto incuriosito e si avvicina al buio per mettere l’occhio all’oculare, ho inquadrato Giove, che si vede perfettamente come un dischetto luminoso accompagnato dalle sue 4 lune allineate. Lancia un’esclamazione di stupore e da quel momento mi farà un sacco di domande rimanendo sempre nei presi del telescopio per non perdersi altri oggetti celesti, sono sicuro che diventerà astrofilo! Prendo di mira le Pleiadi e l’ammasso doppio del Perseo mentre le Geminidi continuano ogni tanto a cadere tra gli Ooooh del pubblico. “Eh, ma ieri cadevano a grappoli, una vera pioggia!”dice Rosanna con un sorriso soddisfatto.


Certo ieri la frequenza era molto più elevata, tuttavia ci stiamo godendo un bel cielo e un discreto numero di stelle cadenti, cosa che fino a poche ore fa sembrava impossibile. Guardo Andrea e Roberto affaccendati con i loro teleobiettivi, speriamo esca qualche meteora nelle loro foto. Mentre un po’ di nubi passeggere transitano in cielo, ne approfitto per raccontare qualcosa su questo sciame di meteore. E’ originato non da una cometa come negli altri casi, bensì dall’asteroide Fetonte, che lascia lungo la sua orbita nubi di detriti che a metà Dicembre dal 12 al 15, piovono in atmosfera incrociando l’orbita della Terra, con spettacoli di tutto riguardo che hanno raggiunto in passato anche le 300-500 meteore all’ora.
Rimaniamo ancora un po’, poi la stanchezza ed il freddo prendono il sopravvento e dopo un’ultima foto di gruppo abbandoniamo la postazione osservativa e torniamo in albergo. Altro obiettivo raggiunto!
15 Dicembre
Ci svegliamo col sole e un cielo limpidissimo, non una nuvola! L’ideale per la prevista visita della kasbah di Taourirt a Ouarzazate. Nel percorso in pulmino dall’hotel alla Kasbah il nostro autista è ancora esaltato per la serata precedente e racconta con enfasi a Sharif le meraviglie del cielo viste al telescopio. Sharif si volta verso di noi sorridendo: “ Ma cosa avete fatto al nostro autista?”
All’ingresso della Kasbah di Taourirt veniamo presi in consegna da un’altra guida che ci invita a seguirlo oltre la biglietteria, dove si apre un cortile chiuso da alte mura.
Come tutte le kasbah, anche questa è stata costruita con blocchi di terra essiccata e paglia, ricoperti di un impasto di terra cruda più o meno argillosa e calce. Le facciate del palazzo rivolte sulla strada e verso il cortile sono caratterizzate da torri quadrate decorate con disegni geometrici “amazigh” in rilievo e balconi o finestre con griglie, il tutto splendidamente illuminato dalla luce del mattino. Sembra un grande castello di sabbia…
Si vedono anche i segni del terremoto del 2023, alcune porzioni di mura sono crollate e ci sono parecchi lavori in corso. La guida ci racconta in italiano che Taourirt significa “piccola collina”, a causa della sua posizione strategica lungo la via carovaniera verso Marrakech ed è chiamata anche la “Mont Saint-Michel” berbera. E’ una delle kasbah più grandi del Marocco ed è stata costruita nel XVII secolo dal clan Imzwarn, una potente famiglia locale, per poi passare nel XIX secolo alla famiglia Glaoui, che occupava la regione del Grande Atlante del Marocco.
Passiamo accanto a un Minareto che ospita sulla sommità un grosso nido di cicogna e iniziamo a percorrere una serie di viottoli, un vero labirinto, che si addentrano nella Kasbah e che conducono alle costruzioni a più piani dai soffitti di canna intrecciata adibite un tempo ad ospitare l’entourage della corte. Sharif ci fa notare che su molte porte ci sono poi dipinte o incise le “mani di Fatima”, un amuleto protettivo diffusissimo in Marocco per scacciare il malocchio, le influenze negative e portare buona fortuna. Rappresenta i cinque pilastri dell’Islam e simboleggia fede, pazienza e protezione per la casa e la famiglia. In altre si trova l’occhio di Allah, con analoghe funzioni.




In alcuni edifici poi sono state allestite mostre d’arte con dipinti di buona fattura. Anche nel nostro gruppo abbiamo diversi artisti: Maria Cristina, Andrea C. e Laura sono ottimi pittori, mi hanno mostrato nel corso del viaggio le foto delle loro opere, che meriterebbero sicuramente un’esposizione in qualche galleria. Liudmila invece dipinge icone religiose, anch’esse molto belle.
Usciti da Taourirt, esattamente dall’altra parte della strada, si trova Il Museo del Cinema, una grande struttura (circa due ettari) in cui sono stati allestiti set cinematografici ed esposti oggetti di scena, costumi e attrezzature utilizzati per i film girati qui. Sharif fa i biglietti e ci invita ad entrare in questo museo inaugurato nel 2007. Dopo l’ingresso, che simula la porta di una kasbah affiancata da statue egizie, si entra in un cortile dove sono esposti oggetti scenici di varie epoche: un cannone, altre statue egizie e sullo sfondo la ricostruzione di un’abbazia e di un minareto.



Passiamo quindi nella Sala del Trono, con colonne in finto marmo, pavimenti in mosaico ed un’abside sormontata da grandi aquile, utilizzata per tanti film storici e serie TV, l’ultima delle quali “ Il Trono di Spade”. Non ci facciamo mancare naturalmente una foto seduti sul possente trono. Si accede poi ad un chiostro con tutto attorno un porticato in cui giacciono portantine egizie ed altri oggetti di scena. Al centro del chiostro c’è un pozzo e un bell’albero di grossi limoni gialli che contrastano nel cielo blu. Nella galleria si aprono poi alcune sale in cui sono esposti macchinari cinematografici d’epoca e tantissimi costumi.
Una lunga fila di locandine ci ricorda quanti film famosi e serie siano stati girati nei dintorni di Ouarzazate, sfruttando le caratteristiche geografiche uniche della zona.
Un’ultima foto di gruppo sullo sfondo della Kasbah di Taourirt e torniamo ad arrampicarci sull’Atlante, dove effettuiamo il pranzo con vista sulle montagne innevate. Siamo quindi al pomeriggio a Marrakech nello stesso hotel dell’andata dove posiamo i bagagli.






Abbiamo poco più di un’ora prima che Sharif ci porti in centro per cominciare le visite della città e Liana e Rosanna fanno in tempo a fare un hammam in hotel, un antico rituale di purificazione e benessere fisico/spirituale, basato su un bagno di vapore con umidità fino al 100% e temperature tra 40-50°C. Il percorso è poi associato a scrub della pelle con sapone nero e massaggi. Sharif ci aveva assolutamente invitato a provare questa esperienza prima della fine del tour e le nostre compagne di viaggio ci confermano i benefici del trattamento.
E’ previsto ora un giro nei souk di Marrakech, situati nel cuore della Medina, a nord della piazza Jemaa El Fna, un labirintico mercato tradizionale millenario, famoso per l’atmosfera vibrante, l’artigianato locale e la contrattazione. Riprende a piovere…
Stiamo molto attenti a non perdere di vista Sharif e a non lasciare indietro nessuno, anche se a dire il vero non c’è la ressa che mi ricordavo, forse perché siamo quasi all’orario di chiusura o forse per il meteo, che non invita certo a stare all’aperto. Questi souk ci offrono in ogni caso un’esperienza sensoriale unica, con i profumi delle spezie e delle erbe, i colori dei tessuti, delle ceramiche e la lucentezza dei gioielli e degli oggetti di artigianato come le lanterne, veramente tantissime.
Attraversiamo quindi quest’ampia varietà di merci, dal quartiere dei tintori a quello dei fabbri e ogni volta Sharif ci da qualche indicazione per eventuali acquisti ricordandoci sempre di contrattare, qui è la tradizione.





L’ultima tappa della giornata è una grande erboristeria, che ricordo di aver visitato anche 20 anni fa, con una raccolta di prodotti in vasetti trasparenti veramente impressionante. Dalle erbe medicinali agli oli essenziali e ai rimedi tradizionali, come l’olio di fico d’India o l’olio di Argan, che qui viene usato praticamente per qualsiasi cosa.

E’ consigliato per prevenire l’aumento del colesterolo nel sangue, nella cura della varicella dei bambini, ma combatte anche le smagliature, attenua le rughe nutrendo la pelle e se usato come maschera per i capelli, ne attenua la caduta. Per questo motivo è chiamato anche “l’oro liquido del Marocco”. Salutiamo quindi Sharif dandoci appuntamento l’indomani per l’ultimo giorno in Marocco.
A cena in hotel emergono però nuovi problemi di freddo con le stanze e malfunzionamenti dei condizionatori. Oltre a Maria Cristina, questa volta anche Andrea C. e Roberto devono cambiarle…
16 Dicembre
Dopo colazione l’intera giornata è dedicata alla visita della città, chiamata la “perla del sud”, fondata nel 1062 dal sultano Youssef Bin Tachfin. Ancora una volta il cielo è molto nuvoloso, fa freddo e pioviggina, ci facciamo coraggio… Arrivati presso la Moschea della Koutoubia, Sharif ci presenta una nuova guida, una signora molto preparata che ci porterà in giro per la città. La moschea ed il suo alto minareto sono il simbolo della città ci racconta la guida, mentre passeggiamo nei giardini con fontana che la circondano.
Costruita nel XII secolo sotto la dinastia berbera degli Almoravidi, la Koutoubia è la più grande moschea di Marrakech, con una capacità di oltre 20.000 persone. Il suo nome, che significa “moschea dei librai”, si deve ai mercati di libri che si svolgevano in passato intorno alla moschea e ai cantastorie itineranti. Ci si avvicina in quel momento un venditore d’acqua, una delle tipiche figure che si possono trovare qui e nella vicina piazza Djema el Fnaa, che vestono un abito tradizionale rosso, con un grosso cappello dal quale pendono dei sonagli. Con una piccola mancia è possibile prendere un po’ d’acqua e fargli una foto, anche se a dire il vero di acqua ne cade già abbastanza dal cielo…






L’edificazione della moschea fu iniziata nel 1141 dal califfo almohade Abd al Mu-min e si distingue per il suo colore rosato dovuto alla pietra arenaria, tipica della città. E’ un esempio di architettura moresca, con archi a sesto acuto e decorazioni in pietra. Ma come per il resto delle moschee della città, l’ingresso è vietato ai non musulmani e ci accontentiamo quindi di vederla dall’esterno.
Il minareto della Moschea della Koutoubia è alto 77 metri e sulla sua sommità si trova una sorta di indicatore, visibile da ogni punto di Marrakech, che segnala ai fedeli la direzione della Mecca in cui pregare.
Facciamo quindi una sosta lungo la strada in un fornitissimo negozio di spezie, gestito da un simpatico vecchietto che ha abitato in Italia per diversi anni, è felice per i nostri acquisti e ci ringrazia di cuore.
Ci spostiamo al Palazzo El Bahìa, un palazzo non antichissimo ma comunque molto interessante. Per entrarvi dobbiamo attraversare un giardino esterno che ci allontana passo dopo passo dal frastuono della Medina, immergendoci in un’atmosfera di pace e tranquillità.

Ci raccogliamo sotto un porticato al riparo della pioggia e la guida ci spiega che Si Moussa, potente Gran Visir del Sultano Hassan I del Marocco, iniziò la costruzione dell’edificio nel 1860 con l’intento di dar vita al più grande palazzo di tutti i tempi. Il progetto fu portato a compimento, però, soltanto nel 1894, quando il controllo sull’edificio fu preso da suo figlio Abu Ahmed Moussa. Il palazzo prese il nome della moglie preferita del Gran Visir: Bāhiya, ovvero “la bella”.
Negli 8 ettari d’estensione del palazzo ci sono 150 stanze che si affacciano su differenti cortili e giardini. La parte più interessante del Palazzo El Bahía è l’harem delle 4 spose e delle 24 concubine di Abu Ahmed. Le stanze sono completamente vuote, questo perché nel corso degli anni è stato saccheggiato diverse volte, ma si possono ancora ammirare gli splendidi soffitti in cedro intagliato, i mosaici zellige, gli stucchi, le vetrate colorate e i pannelli di seta, una vera meraviglia.
Affascinante è anche il grande cortile centrale, in stile andaluso-moresco con superfici di marmo che si fondono con gallerie di legno inciso ed elaborate decorazioni.


Arriva quindi il momento di entrare nella grande piazza Jemaa El Fna, la piazza più affascinante del Marocco e Patrimonio dell’Unesco nel 1985. Arriviamo lì proprio mentre infuria il temporale, con un forte vento che sposta i tavolini e le seggiole dei bar, la troviamo quindi semideserta, non ci sono ambulanti, giocolieri, venditori, tatuatrici all’henné o cavadenti. Non ci sono nemmeno le halqa, i cerchi di spettatori che si formano attorno ai cantastorie e oratori berberi e in generale manca in questa piazza tutto ciò che avevo visto 20 anni fa quando era gremita di persone, rendendola il vero cuore pulsante di Marrakech.
Ci ripariamo allora in un bar in attesa che torni a prenderci Sharif e la guida ci racconta che la piazza nasce all’incirca nel 1050; al tempo la sua funzione era davvero macabra, in quanto qui venivano messe in atto le esecuzioni pubbliche… Ma ecco Sharif, attraversiamo la piazza dove resistono alle intemperie sotto a grandi ombrelloni gocciolanti, una manciata di incantatori di serpenti, inconfondibili per il suono dei loro flauti. Ci fermiamo qualche istante ad osservarli, facendo attenzione a dove mettiamo i piedi, visto che i cobra sono liberi…


Un veloce pranzo in uno dei ristoranti dell’hotel per la precisione il “Traviata” e siamo pronti per ripartire, ci attende l’ultima visita di questo viaggio, la Madrasa Ben Youssef, l’unico edificio religioso di Marrakech accessibile ai non musulmani.
Ritroviamo la nostra brava guida che ci attende all’ingresso della Madrasa, una scuola coranica costruita, ci dice, per accogliere gli studenti della moschea vicina, che porta lo stesso nome della scuola.
Entriamo in un portico coperto e sull’architrave in legno di cedro posta sopra l’ingresso della madrasa si legge: “Sono stata costruita per la conoscenza e per la preghiera dal Principe dei Credenti, il discendente dei Profeti, Abdullah, il più glorioso dei califfi. Tu che entri dalla mia porta, siano superate le tue più alte aspettative”.
Il corridoio conduce ad un atrio con un soffitto in legno scolpito con disegni a stella, dal quale pende un grande lampadario. La parte alta delle pareti è decorata in stucco, il pavimento e la parte bassa piastrellata con zellige. Un paravento di legno, permette poi di accedere al grande cortile, il luogo in cui si recitava il Corano.
La Madrasa di Ben Youssef, oltre ad essere la più importante, è anche la più grande scuola coranica del Marocco. Commissionata dal sultano Abdallah al-Ghalib, la sua costruzione fu conclusa nel 1565. Ha 130 stanze, che potevano ospitare fino a 900 studenti. Le finestre ad arco che si affacciano sul cortile sono proprio le celle degli studenti. Saliamo ai piani superiori per visitare alcune di queste stanze austere, poi ci raduniamo in una sala con lucernario per vedere un video che mostra i recenti restauri del 2017, con un occhio alla pioggia che dopo una piccola pausa, ha ripreso a cadere dall’apertura del tetto.





Torniamo a questo punto nei souk per gli ultimi acquisti e souvenir sotto una pioggia battente, poi Sharif ci porta a cena al ristorante Dar Essalam, un tempo luogo di ritrovo per gli artisti e i reali di Marrakech, che sembra uscire direttamente da “Le mille e una notte”. Inizia così un lungo banchetto tradizionale servito in stoviglie decorate e accompagnato da spettacoli folkloristici, con musicisti gnawa che suonano nacchere e liuti e ballerini che fanno ruotare la testa e il fez, coinvolgendo nella danza anche Liudmila e Laura.





Gran finale con la famosissima danza del ventre, con ballerine che tengono sulla testa in equilibrio un vassoio con candelabri, la cosiddetta “ Raqs al Sennyyia”, la “danza del Vassoio Marocchino”, degna conclusione di questo viaggio.

Il giorno dopo, 17 Dicembre, si torna in Italia e ringraziamo Sharif e il nostro autista per il prezioso aiuto e la disponibilità, dandoci appuntamento in futuro, chissà…! E’ stato un viaggio intenso, a volte faticoso a causa di un clima non troppo felice, ma ci ha riservato anche momenti indimenticabili e paesaggi da sogno. Alla prossima pioggia quindi….di meteore!
LE FOTO SONO DI: Maria Cristina Balboni, Andrea Battistella, Ida Berni, Laura Buccino, Andrea Colombi, Massimiliano Di Giuseppe, Roberto Iorio, Liana Minelli, Rosanna Montecchi e Liudmila Mocanu.





















































